Il lieto fine della Melegatti non cancella gli errori dell’anno passato

16.10.18

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Articolo di  Martino Franceschi

A peggiorare la crisi finanziaria dovuta a politiche di gestione errate e personalistiche, anche l’incapacità dell’imprenditoria italiana di fare sistema e il mancato sostegno da parte delle istituzioni locali.

Dopo quasi un anno di sofferenze giudiziarie si conclude positivamente la crisi del gruppo veronese Melegatti, con l’acquisizione da parte della società vicentina Sominor srl, facente parte gruppo Forgital della famiglia Spezzapria, specializzata in forgiatura metalli in Val d’Astico. I nuovi acquirenti subentrano alla precedente proprietà dopo l’apertura della procedura fallimentare a fine maggio, e dopo che la prima asta indetta dal tribunale si era chiusa senza alcuna manifestazione d’interesse. L’acquisizione – per 13,5 milioni di euro – include i due stabilimenti di San Giovanni Lupatoto e di San Martino Buon Albergo e pone fine ad una vicenda cominciata nel 2017, con l’entrata in default finanziario della storica azienda veronese a seguito dei mancati pagamenti dei fornitori. Situazione che si cercò di risolvere con una mini produzione natalizia, autorizzata in extremis dal tribunale fallimentare di Verona, utile solo a scongiurare la scomparsa del marchio sugli scaffali dei supermercati, ma non a garantire la piena continuità aziendale.

Il business plan dei nuovi proprietari prevede il rilancio del brand, l’allargamento della gamma offerta diretta a nicchie di clientela “premium” e la vendita di prodotti da forno non da ricorrenza pasticceria, motivo per il quale la ditta aveva già investito 15 milioni di euro nel nuovo stabilimento. La buona notizia è che, nonostante la possibilità prevista nelle condizioni di acquisizione di terminare i contratti a tempo indeterminato in essere da parte del compratore, il nuovo acquirente sembra intenzionato a mantenere l’attuale livello occupazionale di 45 unità e di incrementarlo negli anni futuri. Anche i sindacati esprimono la loro soddisfazione per la fine positiva della vicenda e per la presente concordanza di intenti con i nuovi proprietari vicentini.

Melegatti

Insomma tutto è bene quel che finisce bene, in attesa della prova dei fatti prevista a breve per scongiurare la perdita della prossima campagna natalizia. Alla fine di questa ennesima crisi societaria resta la sensazione di un film già visto in numerose storie recenti di fallimenti del capitalismo familiare italiano: una gestione personalistica delle politiche commerciali e di marketing, una spiccata conflittualità interna tra soci unite ad una pianificazione errata del finanziamento dei nuovi investimenti in impianti produttivi, pagati a mezzo cassa invece che correttamente finanziati a lungo termine, hanno portato uno dei marchi storici dell’industria veronese a pochi passi dal fallimento.

A peggiorare queste criticità peculiare dell’azienda Melegatti ha contribuito anche la cronica incapacità dell’imprenditoria italiana di fare sistema e di aggregarsi. In questo senso deve far riflettere il fatto che nessun imprenditore veronese del settore agroalimentare si sia mosso per rilevare la storica azienda dolciaria. È evidente che anche in un settore a basso rischio di fallimento, ma al contempo a bassa marginalità come quello agro-alimentare, le aggregazioni e le fusioni siano sempre più necessarie al fine di competere in un mercato globale, dov’è la grande distribuzione a dettare i prezzi e le condizioni di lavoro.

Anche un più coraggioso sostegno da parte della classe politica locale alla creazione di un polo agroalimentare multifunzione a Verona (vedasi Università e centro di ricerca), insieme al progetto di una sorta di distretto del dolciario avrebbe potuto contribuire alla creazione di una classe dirigente più formata e più responsabile socialmente, capace di scelte in controtendenza rispetto a quelle delle proprietà familiari. È chiaro invece che il ruolo di coordinamento delle istituzioni locali nella gestione di questa crisi sia stato piuttosto carente, o almeno non adeguato alla gravità della situazione.

Sperando che la nuova proprietà sia in grado di risanare l’azienda e di farla ripartire, il caso Melegatti dovrebbe insegnare a tutta la classe imprenditoriale veronese che marchio e bontà del prodotto non sono garanzia di successo, se non vanno di pari passo con l’aumento delle professionalità manageriali e con il coordinamento tra le varie parti sociali.

Martino Franceschi

FONTE: VERONA IN Il lieto fine della Melegatti non cancella gli errori dell’anno passato

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L’INFINITA ODISSEA DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI DI FONDAZIONE ARENA

18.10.18

 

I lavoratori e le lavoratrici di Fondazione Arena sono nuovamente nell’occhio del ciclone.

La direzione di Fondazione Arena ha comunicato alle sigle sindacali che procederà al recupero di somme erogate sotto forma di premi, giudicate “illegittime” dal Ministero dei beni culturali. I rilievi si richiamano alla normativa prevista dalla Legge 100/2010 (Dl 64) che prefigura l’impossibilità di elargire premi in presenza di un passivo di bilancio.

Le somme contestate totalizzano alcune migliaia di euro per ciascun dipendente e riguardano gli anni 2014 e 2015, annate che nanno registrato ammanchi rispettivamente pari a 6.24 e 1.39 milioni di euro.

La direzione di Fondazione Arena pare sapesse tutto questo dal mese di febbraio, ma solo ora, a stagione chiusa e con le maestranze a casa per la chiusura del teatro, ha ritenuto di renderlo noto anche ai suoi dipendenti.

Balzano agli occhi una serie di leggi, da quella sopra citata, alla Legge 112 (la famosa Legge Brai), fino alla 160 targata Franceschini, che penalizzano i dipendenti per gli eventuali passivi di bilancio, imputabili in primo luogo alle dirigenze delle fondazioni lirico sinfoniche.

E’ una vulgata generalizzata che comprende purtroppo tutto il mondo del lavoro, e che tenta di addossare il rischio d’impresa non più a imprenditori e dirigenti, destinatari di lauti compensi proprio per quell’assunzione di rischio, ma ai loro dipendenti.

Oggi i lavoratori di Fondazione Arena sopportano già un importante ammanco salariale, dovuto al Piano Fuortes che prevede, al fine di entrare nel regime normativo della Legge Bray, la chiusara del Teatro Filarmonico per la durata di due mesi, durante i quali nessun stipendio viene elargito ai lavoratori e alle lavoratrici.

Paradossalmente, a fronte di quei sacrifici che rendono i lavoratori il secondo investitore nella Fondazione Arena, dopo lo stato italiano, dei deici milioni di mutuo stanziati dalla legge Bray per il rilancio di Fondazione Arena, fino ad ora non si è visto nemmeno un euro.

Questa scabrosa vicenda si aggiunge insomma ad una situazione già difficile per i dipendenti, e fa tornare le lancette dell’orologio indietro nel tempo, ai mesi bui della gestione Tosi-Girondini, quando alle loro sberle che cercavano di piegarli alle loro mire privatistiche, raccoglievano anche le pedate dal Ministero dei beni culturali, retto allora dal piddino Franceschini, che superava le leggi precedenti che regolavano il settore con una mostruosità, la famosa legge 160, finalizzata alla chiusara, o alla privatizzazione molti teatri italiani e alla conseguente precarizzazione, se non il licenziamento, dei loro lavoratori.

Anche oggi le maestranze di Fondazione Arena si trovano nuovamente impagnate su due fronti; da una parte il Ministero mira alla spoliazione dei loro premi integrativi degli anni scorsi, dall’altra la direzione di Fondazione Arena mira alla spoliazione, di fatto, dei prossimi premi integrativi.

Oggi come ieri, quindi, i lavoratori e le lavoratrici hanno occupato una sala della sede di Fondazione Arena. Si tratta di quella stessa sala Fagioli rimasta occupata h24 per la durata di ben quattro mesi, durante i quali il conflitto con l’allora presidente di Fondazione Arena, Flavio Tosi, si acuì proprio a partire dalla questione dello stipendio integrativo, che la direzione sospese unilateralmente.

La questione, a nostro parere, non è tecnica, ma, ancora una volta, squisitamente politica. Abbiamo il sentore che i privatizzatori non siano scomparsi in qualche remoto angolo a leccarsi le ferite, ma siano lì, pronti ancora una volta a travestirsi da “salvatori” per sottrarre alla città la gallina dalle uova d’oro. Il nostro sguardo si sposta al bilancio 2020, quando i milioni risparmiati con il sacrificio imposto ai dipendenti dalle clausole del Piano Fuortes, (la chiusura del Teatro per due mesi), non saranno più a disposizione perché i tre anni previsti saranno scaduti.

A quel punto i milioni mancanti chi li metterà? Le zavorre che producono passivo, e già indicate dal commissario Polo, come il museo Amo e l’extra lirica, che dovevano essere sganciate dalla Fondazione, in realtà sono ancora lì ad appesantire i bilanci, proprio come ai tempi di Tosi. Il nuovo presidente Federico Sboarina non sembra interessato nemmeno ad aumentare l’impegno del Comene di Vereona all’interno della Fondazione.

Forse, ma la nostra è solo un ipotesi, qualcuno sta pensando di sostituire quei saccrifici con altri sacrifici, sempre dei lavoratori e delle lavoratrici? Magari sostituendo la cifra derivante dai due mesi di stop del Teatro con la pari cifra proprio dei premi integrativi dei dipendenti?

Non lo sappiamo, ma la trattativa, che pare non decollare, che si sta trascinando da tempo proprio per il rinnovo dell’integrativo, ci appare inquietante.

In alternativa ci sarebbe il declassamento del Teatro, che significherebbe la perdita dei contributi statali e l’inevitabile caduta nelle grinfie dei privatizzatori!

Ad ogni modo, al di la delle ipotesi e delle illazioni, (anche se a volte prefigurare gli scenari possibili e guardare un po’ più in là dei propri piedi può evitare di farsi male), il cambiare tutto per non cambiare nulla, vede le solite logiche, mirate, come già detto, a trasformare i lavoratori e le lavoratrici in persone ricattabili spogliate della propria dignità.

Non è un caso, infine, che tutto questo succeda a Verona, perché Fondazione Arena, propone il più importante festival lirico italiano, e piegare i suoi dipendenti costituirebbe un precedente facilmente riproducibile in altri teatri minori, se non per qualità, sicuramente per introiti e ampiezza.

E tutto questo succede, permetteteci un fuori tema, proprio nella città in cui il livello culturale, di per sé già bassino, sta ulteriormente abbassandosi grazie alle discriminazioni omofobe, sessiste e razziste di una giunta che pare voglia spingerci in un nuovo medioevo.

In attesa di sapere cosa ne pensano i consiglieri comunali del movimento 5 stelle, che oggi ricopre quella casella ministeriali che fù appannaggio del Partito democratico, ribadiamo la nostra solidarietà e vicinanza alle lavoratrici e ai lavoratori di Fondazione Arena. Facciamo inoltre un appello a tutti i cittadini e a tutte le cittadine a seguire con attenzione gli sviluppi della vicenda, prestando la loro solidarietà e affiancando le maestranze nella lotta, rendendosi finalmente consapevoli che ciò che succede loro riguarda tutti noi, e che i danni procurati ai dipendenti si rifletteranno inevitabilmente sulla Fondazione Arena e il suo festival estivo, causando, a cascata, oltre ad un declassamento culturale della città, un sensibile calo di introiti per tutto l’indotto, comprensivo di negozianti e albergatori

Lavoratori e Lavoratrici in Lotta a Verona

 

 

 

 

Melegatti, una luce in fondo al tunnel?

11.10.18                                 logo LLL

 

 

 

Nei giorni scorsi si sono tenuti incontri informativi (l’ultimo proprio ieri) alla presenza delle sigle sindacali, che dall’inizio seguono la vicneda, del presidente della Solimor srl, Giacomo Spezzapria, dell’amministratore operativo Denis Moro, e dei loro consulenti.

I sindacalisti, dopo l’incontro, si sono definiti insolitamente ottimisti, soprattutto dopo un lungo periodo dove le delusioni hanno sempre seguito le illusioni.

Il loro giudizio sull’acquisizione delle Melegatti e della Nuova Marelli da parte del gruppo Spezzapria è positivo, e in una nota dal loro dirameta si può leggere:

“Come organizzazioni sindacali, non possiamo che essere contente di vedere che finalmente prende forma un progetto di rilancio di questa preziosa azienda.   Segnaliamo inoltre che siamo nelle mani di una realtà imprenditoriale italiana, veneta, solida, che non intende speculare sul marchio, e che potrà privilegiarsi delle professionalità di tutte quelle lavoratrici e quei lavoratori che, con tanta fatica, in questo lungo anno, siamo riusciti a mantenere ancorati all’azienda. E persone qualificate sono il vero patrimonio con il quale ripartire. Auspichiamo di avere a breve delle informazioni più precise in merito alle assunzioni del personale; se e come intendano procedere per la produzione dei pandori e dei panettoni; i tempi e l’organizzazione del lavoro che intendono attuare. Siamo già nel mese di ottobre, ma la voglia di ripartire è davvero tanta. Finalmente il lievito madre, mantenuto in vita dai sapienti pasticceri, potrà essere di nuovo investito del suo ruolo“.

 Inoltre, affermano che:

“Siamo in presenza di un piano industriale ambizioso che vuole valorizzare il marchio e la qualità del prodotto”.

 

 I sindacalisti hanno anche fatto sapere di essere stati informati, per bocca dell’imprenditore Giacomo Spezzapria, dei punti fondamentali del progetto, riassumibile nei punti seguenti:

 

  • Il mantenimento della produzione nei due stabilimenti di San Giovanni Lupatoto e di San Martino B.A.
  • La differenziazione del prodotto, aggiungendo al pandoro tradizionale, altri prodotti che abbiano un consumo più continuativo, come i prodotti dolciari per la colazione.
  • Grande importanza pare essere data alle competenze e alle professionalità dei dipendenti. L’intenzione è quindi quella di puntare per la ripartenza proprio su quei lavoratori e quelle lavoratrici che, malgrado il secondo bando d’asta emesso dal Tribunale fallimentare, che non prevedeva più l’obbligo da parte dell’acquirente, di farsi carico delle maestranze, pare saranno riassunti, almeno in parte.
  • L’ipotesi di avviare una (poco più che simbolica) campagna produttiva di Natale, resa in ogni caso difficile dalla pianificazione della produzione e dall’accordo con fornitori e distribuzione in tempi brevissimi.

Rispetto al punto nodale dell’effettiva sorte dei 46 lavoratori attualmente licenziati, in un prossimo tavolo, che probabilmente dovrebbe tenersi la prossima settimana, l’azienda dovrebbe rivelare quante persone intenda riassumere, e quanti, invece, saranno gli eventuali esuberi.

Un accordo tra società e rappresentanze sindacali appare necessario per proseguire il processo di perfezionamento dell’acquisto entro i primi giorni di novembre, ovvero entro i 40 giorni stabiliti dalle normative dall’aggiudicazione definitiva avvenuta il 28 settembre.

Intanto, nei prossimi giorni, si svolgerà la procedura del rogito. Sarà in quel momento che Giacomo Spezzapria dovrà mettere a disposizione le somme per pagare le indennità sostituve e il mancato preavviso di licenziamento per i dipendenti licenziati, oltre, ovviamente, ai 13,5 milioni di euro, il prezzo stablitito dalla procedura fallimentare per l’acquisizione di Melegatti e Nuova Marelli.

La speranza è che tutto questo rappresenti veramente una luce in fondo al tunnel, e che, sopratutto, come recita la famosa battuta, quella luce non sia un treno in arrivo!

FONTI:

arena Dolciario. Melegatti, personale e attività i nodi 11.10.18

Risultati immagini per IL SOLE 24 ORE LOGO Rinascita di un pandoro (e di una azienda): Melegatti riparte dalle persone e pensa alla mini campagna di Natale 9.10.18

 

 

 

 

 

Bombieri Spa mette le mani su Stella 81: salvati 51 posti di lavoro

2.10.18

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L’iter procedurale per la vendita in asta dell’azienda fallita non è ancora concluso, ma il Tribunale di Verona ha concesso l’esercizio provvisorio garantendo così la continuità lavorativa

 

Il sindaco di Concamarise, Cristiano Zuliani, ha dato il benvenuto ai futuri proprietari dell’azienda di carne e salumi Stella 81. Si tratta della famiglia Bombieri di Buttapietra, operante nel settore da più di trent’anni con la Bombieri Spa, che subentrerà ufficialmente nei prossimi giorni, dopo che il Tribunale di Verona avrà concluso l’iter procedurale per la vendita in asta dell’azienda fallita.

“Non posso che ringraziare i futuri proprietari che subentrando salvaguarderanno il posto di lavoro di ben 29 cittadini di Concamarise, e conseguentemente delle loro 29 famiglie – ha esordito Zuliani -, auspico un cambio di passo sulla conduzione aziendale, rispetto alla proprietà precedente, ci sono delle problematiche ambientali da risolvere, ma la famiglia Bombieri mi ha garantito che è da sempre molto attenta alle tematiche ecologiche. Sarò vicino sia come sindaco che come parlamentare nel caso mi pervenissero richieste per bandi o finanziamenti, darò il mio supporto come sempre”, ha concluso il primo cittadino.

Il Tribunale di Verona ha concesso l’esercizio provvisorio, in questo modo è stata garantita la continuità lavorativa per i 51 dipendenti nelle sedi di Concamarise e Isola della Scala.

“Abbiamo voluto acquisire questa azienda, perché vogliamo aggiungere alla nostra vasta gamma di prodotti, quelli di Stella 81, aumentando così la nostra offerta – ha dichiarato Antonietta Patuzzi presidente della Bombieri Spa -. Entriamo in questa realtà con tanto entusiasmo ed umiltà”.

I figli Marcella e Matteo Bombieri si dichiarano fieri di questa acquisizione, salvaguardando il lavoro per 51 famiglie e continuando a tenere in vita un marchio storico come “Stella 81”.

“Il nostro fatturato è quasi esclusivamente proveniente dal territorio italiano, ora vogliamo allargarci anche al mercato estero, guardando anche a quello asiatico – ha spiegato Marcella Bombieri -, potremo farlo anche grazie al nostro ampliamento diventando così una grande realtà industriale del territorio veronese”.

“Personalmente sono molto soddisfatto, aumenteremo la nostra famiglia, per noi i dipendenti sono come dei figli – ha ribadito Matteo Bombieri – ci teniamo a portare avanti tre valori fondamentali, ovvero: forza, umiltà e serietà, grazie a questo modo di lavorare proseguiamo nell’intento di nostro padre Carlino Bombieri, fondatore dell’azienda”.

“Bombieri Spa” è attenta all’ambiente ed ai prodotti biologici, puntando sulla qualità e sulle nuove tecnologie, in questo modo riesce a dare lavoro ad 86 dipendenti complessivamente, nelle tre sedi di Buttapietra, Concamarise ed Isola della Scala, prevedendo un fatturato per il 2018 intorno a 31,5 milioni di euro

 

http://www.veronasera.it/economia/bombieri-spa-stella-81-acquisisce-concamarise-salvati-posti-lavoro-2-ottobre-2018.html

Arena, dopo la Corte dei Conti il nodo dell’integrativo. I rilievi della magistratura contabile e della Ragioneria dello Stato. I sindacati chiaman…

27.9.18     Logo-Corriere-del-Veneto-

 

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RASSEGNE STAMPA, DOCUMENTI E MATERIALI INERENTI LA LOTTA DEI DIPENDENTI DI FONDAZIONE ARENA

 

VERONA – È sempre più febbrile l’attesa per il Consiglio d’Indirizzo di Fondazione Arena convocato dal sindaco Federico Sboarina per giovedì prossimo, 4 ottobre. In un clima di tensione che coinvolge i vertici ed è incarnato dalla distanza scavata tra la sovrintendente Cecilia Gasdia (lato artistico) e il direttore generale Gianfranco De Cesaris (lato manageriale), tra i punti da affrontare quel giorno c’è l’azione di responsabilità del Consiglio verso la precedente gestione Tosi/Girondini, azione chiamata dal Ragioniere Generale dello Stato, Daniele Franco, nella recente relazione che si rifà a quella della Corte dei Conti del giugno scorso in cui si leggeva di «irregolarità e disfunzioni», da lì la necessità di «procedere all’accertamento delle responsabilità nei confronti dei soggetti che possano aver dato luogo a eventuali ipotesi di danno erariale». Nel mirino dei magistrati contabili anche il contratto integrativo rinnovato a maggio 2017 e in scadenza il 31 dicembre. Con una novità, al riguardo, ossia che i sindacati, dopo non aver ottenuto fin qui risposta alla richiesta di un tavolo con la Fondazione, hanno chiesto un parere legale rispetto a un’eventuale inadempienza nell’apertura della discussione stessa. Spiega Dario Carbone, Fials-Cisal: «Abbiamo mandato anche un sollecito, ma ancora niente. In mancanza di negoziazione? Si procederebbe alla proroga del contratto integrativo stesso. Il tempo stringe. E i lavoratori, altro tema, sono fermi con lo stipendio, per adeguamenti, ai rinnovi del 2006». Dice Paolo Seghi, Slc-Cgil: «Quale visione si ha, o non si ha, della Fondazione? È questo a preoccuparci». Gli va dietro Ivano Zampolli, Uil-Com: «Il prezzo che dovevano pagare i lavoratori è già stato pagato. Ora i temi del contratto integrativo e dell’adeguamento degli stipendi dei lavoratori contribuiranno a fare da cartina di tornasole circa la capacità della Fondazione, con l’uscita dal piano-Bray, di tornare a una normalità».

L’opposizione politica a Palazzo Barbieri, intanto, attacca. Per Alessandro Gennari, consigliere comunale del MS5, «s’è vero che si è acceso il faro della corte dei conti, soprattutto sulla passata gestione, nuove ombre potrebbero affacciarsi anche sull’attuale. Non è ancora chiaro, infatti, quale direzione si voglia prendere per ripianare il debito consolidato di 28 milioni e come Arena Extra intenda rifondere a Fondazione i 12 milioni dovuti». Si domanda inoltre, Gennari, «dov’è il business plan» e «con quali risorse si intende procedere per la stagione invernale del Filarmonico». Dal canto suo Michele Bertucco, consigliere di Sinistra in Comune, parla di «inerzia», sostiene che «non vale la scusa che “tanto riguarda il passato”, perché degli e/orrori della gestione Tosi-Girondini si continua a pagare il prezzo», e conclude che «Sboarina riuscirà là dove il suo predecessore aveva fallito: far dichiarare fallito il teatro all’aperto più grande del mondo». (M.S.)

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Indagine caporalato: condizioni di lavoro disumane a 3 euro l’ora, tre arredi.

22.9.18          VERONASERA

 

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Un corteo contro il precariato svoltasi in Puglia – Immagine inserita dalla redazione del blog

 

Vi erano compensi orari compresi tra i 3 e i 6 euro, l’orario giornaliero poteva raggiungere le 14 ore di lavoro consecutive anche in situazioni climatiche difficili talvolta senza che nemmeno venissero forniti cibo ed acqua agli operai

 

Con l’interrogatorio di garanzia avvenuto nel fine settimana, si è conclusa una complessa attività di polizia giudiziaria che i militari del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Forlì hanno condotto eseguendo un’ordinanza applicativa di misura cautelare in carcere nei confronti di tre persone di nazionalità marocchina accusate di aver reclutato ed impiegato manodopera in condizioni di sfruttamento presso imprese agricole della provincia di Forlì-Cesena, Ravenna e Verona. Per questo i tre uomini di 31, 33 e 34 anni, regolarmente in Italia e abitanti nel Veronese, si trovano ora in carcere con l’accusa di caporalato e utilizzo di manodopera clandestina.

Dopo le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Forlì, che nel corso del 2017 avevano già condotto ad arresti, sequestri, condanne e rinvii a giudizio, nuovamente il territorio romagnolo è stato quindi interessato da accertamenti penali in materia di “caporalato”. Secondo quanto riferito da RavennaToday, le indagini sono state avviate in seguito a segnalazioni di alcuni lavoratori alla Guardia di Finanza ed a quanto accertato in un accesso ispettivo dell’Ispettorato del lavoro nell’agosto 2017. Per trovare un riscontro a tali segnalazioni, il Pubblico Ministero ha indirizzato le indagini e coordinato il lavoro delle forze di polizia.

Su questa base è stata eseguita una lunga e complessa attività investigativa dalle Fiamme Gialle che è consistita in sopralluoghi, pedinamenti ed appostamenti, intercettazioni telefoniche, accertamenti finanziari, perquisizioni e sequestri di documentazione utile per i successivi riscontri incrociati. Parallelamente, l’Ispettorato del Lavoro e l’Inail di Forlì hanno armonizzato la propria attività ispettiva amministrativa con quella di polizia giudiziaria compiendo un’accurata analisi degli aspetti lavoristici della vicenda. Tali congiunte e coordinate attività hanno permesso una ricostruzione della dinamica criminosa. Le tre persone arrestate gestivano, anche tramite soggetti “prestanome”, diverse società cooperative con cui avevano reclutato decine di lavoratori da destinare ad imprese agricole operanti soprattutto nel settore dell’allevamento dei polli.

Le condizioni a cui i lavoratori erano obbligati a soggiacere erano fortemente degradanti. Vi erano compensi orari compresi tra i 3 e i 6 euro, l’orario giornaliero poteva raggiungere le 14 ore di lavoro consecutive anche in situazioni climatiche difficili (forte caldo d’estate e freddo invernale), senza alcun accorgimento per la tutela della salute e talvolta senza neanche fornire cibo ed acqua (anzi, ogni infortunio o malattia comportava rimproveri e penalizzazioni per il lavoratore stesso). Significative anche le condizioni abitative, in situazione di sovraffollamento (“come sardine” dice uno degli stessi indagati) ed assenza di adeguati servizi igienici (e talvolta anche di materassi per tutti): nonostante ciò, ai lavoratori era detratto, dal proprio compenso, un canone mensile sproporzionato.

Tali vessazioni venivano perpetrate nei confronti di soggetti in stato di bisogno economico e sociale. Le vittime di tali abusi sono infatti persone particolarmente fragili e prive di alternative esistenziali: richiedenti protezione internazionale in attesa di risposta, stranieri irregolari, soggetti con temporanei permessi di soggiorno. Ciò era compiuto anche con l’utilizzo di minacce, tali da instaurare un forte clima intimidatorio. Oltre alla custodia cautelare in carcere per i tre artefici dell’attività organizzata di reclutamento e sfruttamento, il GIP – su richiesta del Pubblico Ministero – ha disposto il sequestro di diversi mezzi utilizzati per trasportare i lavoratori (ai fini di una successiva confisca). Inoltre, tra le persone indagate vi sono due imprenditori locali, i quali hanno già ricevuto l’informazione di garanzia e per i quali sarà valutata ogni responsabilità per l’utilizzo presso le loro aziende agricole (formalmente mediante contratti di appalto) di numerosi lavoratori reclutati e sfruttati dalle citate cooperative.

Nei confronti di sei società sono stati infine notificati gli avvisi di garanzia in ordine alla responsabilità dell’impresa nella commissione del reato contestato da parte dei suoi rappresentanti. L’attività di polizia economico finanziaria effettuata è in linea con la vocazione sociale del Corpo tesa al contrasto del lavoro sommerso e di tutte le forme di illegalità ad essa collegate e volta a salvaguardare il diritto al lavoro affinché si rispetti l’uguaglianza tra le persone, la coesione della comunità e la tutela delle fasce più deboli.

FONTE : VERONASERA Indagine caporalato: condizioni di lavoro disumane a 3 euro l’ora, tre arresti

Presidio dei lavoratori Aia contro i “capetti”. – Comunicato stampa Adl Cobas

 ADL COBAS 20.18   COMUNICATO STAMPA 3

 

 

Da questa mattina all’alba é in corso lo sciopero dei soci-lavoratori della Cooperativa L&P,iscritti ad ADL Cobas, che lavorano all’interno del magazzino AIA di San Martino Buon Albergo (Vr).

Un centinaio di lavoratori sta manifestando fuori dai cancelli, perché stanchi di subire una negazione dei propri diritti a causa del sistema delle Cooperative, dei cambi d’appalto e del clima di controllo intimidatorio esercitato da alcuni capi reparto e/o responsabili.

Con questo sistema ai lavoratori é stato negato il diritto al passaggio di livello (ci sono molti lavoratori fermi al 6 livello del Ccnl Logistica dopo 18 anni di magazzino), alle maggiorazioni per il lavoro al sabato e al pagamento al 100% della malattia ed infortunio. Oggi i lavoratori stanno scioperando per fermare questo sistema basato sulla discriminazione, sullo sfruttamento. Per liberarsi da ciò i lavoratori assieme ad ADL Cobas chiedono il ripristino dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e la revoca della delibera chiamata “patente a punti” che non rispetta lo statuto dei lavoratori; il passaggio di livello sulla base dell’anzianità di magazzino; gli istituti contrattuali pagati in forma fissa; orario di lavoro concordato e pause retribuite e il ticket restaurant.

Le mobilitazioni andranno avanti fino a quando non saranno accolte le nostre richieste.

Un’offerta per l’acquisto della Melegatti. Ma c’è poco da festeggiare

18.9.18

logo LLLNonostante la “cauta soddisfazione” espressa dal sindacalista della Cisl Maurizio Tolotti, noi non troviamo motivi di positività. Pensiamo che la speranza che l’imprenditore che rileverà le due fabbriche difficilmente riassumerà tutti i dipendenti ancora senza lavoro. Se le intenzioni fossero queste, infatti, avrebbe probabilmente acquistato l’azienda partecipando al primo bando, che comprendeva anche una clausola di salvaguardia per i posti di lavoro. La clausola è scomparsa alla presentazione del secondo bando, quando evidentemente il Tribunale fallimentare ha ritenuto la norma troppo onerosa. La cassa integrazione per i 48 lavoratori scadrà in dicembre, e poi i dipendenti saranno licenziati. In realtà le lettere di licenziamento stanno iniziando ad arrivare proprio in questi giorni.

Ovviamente ci auguriamo che un miracolo avvenga, ma le possibilità sono davvero poche.

Ancora una volta non possiamo che esprimere la nostra solidarietà alle lavoratrici e ai laQvoratori.

Qui sotto il comunicato stampa con il quale il consigliere regionale Stefano Valdegamberi ha dato, per primo, la notizia dell’offerta di acquisto.

 

 

17.8.18  – IL COMUNICATO STAMPA DEL CONSIGLIERE REGIONALE VALDEGAMBERI

MELEGATTI: “UN’OFFERTA D’ACQUISTO”

(Arv) Venezia, 17 set. 2018  – “Oggi è stata presentata un’offerta per rilevare le due aziende fallite, collegate al marchio Melegatti. L’aggiudicazione provvisoria è avvenuta a 13,5 milioni di euro. Da ora decorrono i 10 giorni per eventuali offerte al rialzo, prima dell’aggiudicazione definitiva”. A riferirlo, tramite una nota, il Consigliere regionale Stefano Valdegamberi (Gruppo Misto) che aggiunge: “Ringrazio quanti ci hanno creduto fino in fondo da sempre, in particolare l’amico dr. Longaretti. Ringrazio soprattutto l’imprenditore aggiudicatario che, benché non del settore, con coraggio ha voluto investire nell’azienda che a Verona ha inventato il pandoro. Il suo nome vuole rimanere riservato fino all’eventuale aggiudicazione definitiva. Oggi è un grande giorno che riapre le speranze per il futuro di questa nostra storica azienda, simbolo dei prodotti tradizionali di Verona”.

FONTE: Regione Veneto

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Tecnico muore soffocato mentre derattizza una vasca «Basta tragedie sul lavoro». L’incidente a Mogliano. Michele Ferrazzo, 53 anni, era anche un al…

 15.9.18                Logo-Corriere-del-Veneto-

striscione basta morire per i padroni

immagine inserita dal blog

 

MOGLIANO – Doveva effettuare un intervento di derattizzazione, di quelli che eseguiva ogni giorno. Ma ieri qualcosa è andato storto e Michele Ferrazzo, 53enne di Maserada sul Piave, è morto. Probabilmente asfissiato dai vapori dei prodotti utilizzati o da altre sostanze presenti nella vasca di stivaggio.

L’ennesimo infortunio mortale che porta a 14 le vittime, nella Marca, dall’inizio dell’anno, si è verificato all’Eurocinque del gruppo Trevimais, in via Zero Branco a Mogliano Veneto. Erano da poco passate le 12 quando è scattato l’allarme: Ferrazzo è stato trovato svenuto, dentro la vasca, dal personale dell’azienda. Immediata la richiesta di aiuto al Suem 118. Nell’azienda sono intervenuti anche i vigili del fuoco di Treviso, che si sono calati nella fossa e hanno portato fuori l’uomo. Purtroppo, però, il soccorso è stato vano, i sanitari hanno tentato per oltre un’ora di rianimare il 53enne, ma non c’è stato nulla da fare.

Ferrazzo lavorava per la «Sd Triveneta Disinfestazioni», che ha sede a Treviso e a Marcon, nel Veneziano. Resta da accertare la dinamica dell’incidente. Non è ancora chiaro, infatti, cosa sia successo ieri mattina. Ferrazzo si era infilato dentro una vasca di stivaggio dell’azienda, che si occupa di stoccaggio di cereali. Doveva effettuare un intervento di derattizzazione e sembra che, in particolare, stesse posizionando alcune dosi di prodotto dentro la vasca interrata, collegata ai silos. In quel momento ha perso i sensi, probabilmente perché ha inalato i vapori emanati da qualche prodotto che stava utilizzando o già presente nella vasca dove lavorava. E dove i primi rilievi pare abbiano accertato una scarsa presenza di ossigeno. Secondo gli accertamenti svolti sul posto dagli ispettori dello Spisal, inoltre, il 53enne pare non indossasse la maschera quando è stato trovato. Resta quindi da chiarire il perché se la sia tolta: quando ha iniziato a stare male o se non l’avesse mai indossata. Su disposizione del magistrato di turno Massimo Zampiccini, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, la salma è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso. Non è escluso che, nelle prossime ore, venga disposta l’autopsia sul corpo dell’uomo. Michele Ferrazzo era separato e aveva un figlio ventenne. Da qualche tempo viveva con la nuova compagna in via Postumia a Varago di Maserada. Lavorava per la Triveneta Disinfestazioni dalla primavera scorsa e forse l’inesperienza potrebbe essergli stata fatale.

Grande appassionato di calcio, era allenatore del settore giovanile. Fino allo scorso anno aveva allenato per l’Ardita Breda, di Breda di Piave, come ricorda l’ex direttore sportivo Fabrizio Villanova: «Sono molto triste, abbiamo lavorato insieme due anni. Ha allenato i Giovanissimi e poi gli Esordienti. Serio e professionale sul campo, ma anche gioviale e sorridente sia coi ragazzi sia con i genitori». Sulla morte del tecnico intervengono anche i sindacati: «Quest’ennesima tragedia deve riportare l’attenzione su quanto sia urgente l’applicazione del Piano sulla Sicurezza siglato a luglio in Regione – spiega Gerardo Colamarco, segretario generale della Uil Veneto -. Proprio pochi giorni fa abbiamo chiesto un incontro al presidente Luca Zaia, perché diventi subito operativo il Comitato Regionale di Coordinamento sulla Sicurezza previsto da quel Piano». (Milvana Citter)

Fonte Logo-Corriere-del-Veneto- 15.9.18

 

 

 

Corre per paura della penale: fattorino si schianta e muore

9.9.18         logo_vvox_small

 

 

Questo il tragico epilogo della vita di un ragazzo 29enne vittime dei cosidetti lavoretti, ossia rapporti di lavoro, se così si possono chiamare, basati sulla precarietà e il cottimo. E’ il paradigma dei tempi che stiamo vivendo, dove il profitto conta più delle vite umane. E’ necessario cambiare, forse inserendo sindacati realmente conflittuali in quelle filiere, sperando però che si adoperino per la salvaguardia dei lavoratori e delle lavoratrici, evitando di beccarsi tra loro per egemonizzare sindacalmente il settore…. – Nota di Lavoratori e Lavoratrici in Lotta a Verona

fattorino morto

Si è schiantato con lo scooter contro un palo, a Pisa, ed è morto a soli 29 anni Maurizio Cammillini, pony express in prova presso un pub. Doveva consegnare 2 panini. Il giorno prima gli erano stati decurtati 3 euro dal già magro stipendio di 20 euro a turno, in nero, come penale per un ritardo.

E così Maurizio correva, lanciando lo scooter ad una velocità forse troppo elevata per il mezzo a disposizione. E così ha perso il controllo. E così ha perso la vita.

(Fonte: Affariitaliani)

Morto sul lavoro alla 3B assemblee in azienda e colletta per la famiglia. Ieri altro infortunio in provincia

6.9.18

Risultati immagini per basta morti sul lavoro

 

SALGAREDA – Partecipazione elevata sia in termini numerici che «emotivi», ieri, alla 3B di Salgareda, dove si sono svolte tre assemblee, una per turno, organizzate dalle sigle sindacali e dedicate ai temi della sicurezza sul lavoro. A dieci giorni dalla morte di Shpejtim Gashi, operaio di 44 anni di Ponte di Piave, schiacciato da un utensile robotizzato, i dipendenti si sono interrogati, con l’aiuto di esperti, sul perché nelle fabbriche, con picchi di incidenza particolarmente elevati nel trevigiano, continuino a registrarsi eventi di questa natura. Con un altro lutto sfiorato, del resto, a pochi chilometri di distanza. Un operaio 40 enne della Lcm di Ponte di Piave, residente a Preganziol, ieri è rimasto schiacciato in un macchinario dell’azienda che si occupa di carpenteria metallica. Sul posto sono arrivati in breve i sanitari del Suem. L’operaio, rimasto sempre cosciente, ha riportato gravi lesioni ed è stato trasferito in eliambulanza all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso dove si trova ricoverato. Tornando a Salgareda, i lavoratori della 3B in questi giorni hanno dato vita a una raccolta di offerte da destinare alla famiglia del collega deceduto, di origine kosovara ma residente in Italia da 25 anni e padre di tre minori. Al ritorno di vedova e figli dalla sua città, dove si sono svolti i funerali, è intenzione dei sindacati incontrare la famiglia per capire come poter fornire un aiuto concreto. Sulle cause della tragedia, intanto, proseguono gli accertamenti della procura. (g.f. – m.cit.)

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Melegatti, firmato l’accordo per i licenziamenti

30.08.2018   arena

STABILIMENTO

 

I rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl e Uil e i curatori fallimentari di Melegatti hanno firmato, oggi, l’accordo per i licenziamenti di tutti i dipendenti dell’azienda dolciaria veronese, dichiarata fallita lo scorso 29 maggio. Nei prossimi giorni i lavoratori si vedranno recapitare la lettera di licenziamento; l’ultimo giorno di rapporto coinciderà con la data del 20 dicembre, quando scadrà anche la Cassa integrazione straordinaria.

Attualmente 11 dipendenti sono operativi nello stabilimento di San Giovanni Lupatoto (Verona) per dare corso all’esercizio provvisorio autorizzato per sei mesi (dal 21 giugno al 21 dicembre) dal Tribunale di Verona, mentre il resto del personale è coperto dalla Cassa integrazione straordinaria, che scadrà il 20 dicembre. Oltre quella data non sarà possibile accedere ad altri ammortizzatori sociali.

I sindacati in una nota sottolineano che «l’accordo firmato oggi è inevitabile e per tutti i dipendenti l’ultimo giorno di rapporto con Melegatti sarà il 20 dicembre». «Si potrebbe però presentare – hanno Aggiunto i delegati sindacali – un’altra situazione qualora alla scadenza del secondo bando, ovvero il 17 settembre, si paventassero eventuali acquirenti che avrebbero l’opportunità di valutare il mantenimento totale o parziale delle posizioni lavorative». Per questo Cgil, Cisl e Uil hanno rinnovato l’appello «ad imprenditori capaci e seri affinché prendano in considerazione l’acquisto di questa storica azienda dolciaria veronese».

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Il caso. Verso il nuovo anno scolastico. Scuola, 39 gli istituti senza preside Dall’asilo fino alle superiori,i casi limite dei dirigenti-trottola

28.8.18                 Logo-Corriere-del-Veneto-

 

la scuola è finita

 

VERONA – Qualcuno di loro seguirà, contemporaneamente, quattro cicli scolastici: scuole dell’infanzia, elementari, medie, superiori. Dai tre ai diciannove anni. I presidi diventano sempre più tuttofare: sdoganata la categoria dei dirigenti – trottola, che macinano chilometri, spartendosi addirittura tra istituti di diverse province (accade tra Treviso e Venezia) o facendo la spola in vaporetto (sempre a Venezia, la stessa persona sarà responsabile di scuole della terraferma e di Murano e Burano) a Verona arrivano quelli multitasking. È l’effetto di quello che era stato non a caso annunciato come l’anno più duro per i (pochi) presidi superstiti della provincia, in attesa del concorso che potrebbe, ma non è certo, concludersi entro il prossimo autunno. La situazione nel Veronese è critica: sono 39 le scuole (intesi come istituti comprensivi, cioè con più sedi) senza preside. Magra consolazione il fatto che altre province, soprattutto Vicenza, Treviso e Venezia se la passino pure peggio: in tutto, in Veneto, saranno 158 gli istituti commissariati. Nel dettaglio, delle 39 scuole veronesi, ben 34 (ed è un dato record) rientrano nella categoria delle «normodimensionate». Significa che sono istituti anche con più di mille alunni, ma che sono vacanti per pensionamento e trasferimenti. Altre cinque sono le scuole sottodimensionate, più piccole, per cui la reggenza è obbligatoria, in attesa di una futura «fusione» (destino che dovrebbe riguardare, a partire dall’anno prossimo, in città, l’istituto per geometri Cangrande). Tra le sedi normali c’è solo una scuola superiore, il Minghetti di Legnago, che sarà affidato a Paolo Beltrame, storico dirigente che assumerà però un altro incarico. La mappa delle scuole a scavalco interessa tutta la provincia: si va da Malcesine a Mozzecane, passando per Grezzana, Legnago e Soave. Anche gli istituti cittadini sono molti ed estremamente frequentati. C’è il comprensivo Stadio – Borgo Milano, uno tra quelli che conta il maggior numero di iscritti, quello di San Massimo, di San Michele Extra e di Madonna di Campagna e i due di Borgo Roma, est e ovest, divisi tra due presidi entrambi reggenti: sono anni che sono senza un dirigente scolastico proprio. Sempre in città, due Ic, peraltro contigui, Borgo Venezia e Santa Croce, saranno reggenze di presidi delle superiori: il primo avrà come dirigente Roberto Fattore, titolare del liceo Maffei, il secondo Luigi Franco, che arriva proprio da questa scuola ma che assumerà come incarico principale quello del Fracastoro, dopo il pensionamento di Tiziano Albrigi. Continua la reggenza di Matteo Sansone, preside del Montanari al comprensivo di Dolcè, a quaranta chilometri di distanza, mentre San Michele avrà come reggente Mariangela Icarelli, del liceo artistico. In città, però, viene risolta anche la reggenza del Sanmicheli, affidato alla preside del Giorgi , Maria Paola Ceccato: la nuova dirigente è Sara Agostini, che seguirà anche il Cangrande. «Sarà un anno molto difficile, la situazione è senza precedenti – afferma Beatrice Pellegrini, segretaria provinciale Cgil Scuola – e i dirigenti dovranno fare i conti anche con l’assenza dei dirigenti amministrativi, che mancano in diverse scuole. Purtroppo manca anche la figura dei vicari: si potrebbe fare molto delegando ai docenti, ora al massimo semplici collaboratori. Purtroppo si è preferito mettere a disposizione ore pagate che dovrebbero confluire nell’offerta formativa, impoverendo così la didattica». (Davide Orsato)

CORRIERE DEL VENETO

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Rientra dalle ferie e muore schiacciato. Salgareda, operaio colpito da braccio meccanico. Dieci anni fa alla «3B» stessa sorte per una ventenne

28.8.18                                Logo-Corriere-del-Veneto-

 

STRISCIONE BASTA MORTI SUL LAVORO

 

TREVISO – Tragico incidente nelle prime ore di ieri alla «3B» di Salgareda, in provincia di Treviso. Un operaio di 44 anni, Shpejtim Gashi, ha perso la vita finendo schiacciato da un braccio robotico mentre lavorava sulla linea imballaggi.

Gashi era un operaio stimato e un collega ben voluto. Nei dodici anni trascorsi alla «3B» aveva imparato un mestiere e poi aveva dimostrato di saperci fare, tanto da diventare capo macchina, responsabile di una linea in cui operavano anche altri addetti, in una delle più importanti aziende del Veneto, leader nella produzione di componenti per l’arredo. Era un lavoratore esperto e preciso. È per questo che insieme al dolore per la sua perdita tutti coloro che lo conoscevano e lavoravano al suo fianco si domandano come quel tragico incidente possa essere capitato proprio a lui.

Gashi, 44 anni, una moglie e tre figli di 17, 14 e 2 anni, era nato in Kosovo ma da anni risiedeva a Ponte di Piave, in via Sotto Treviso. Assunto in azienda nel 2006, era rientrato ieri dalle ferie. Alle 6 in punto aveva iniziato il suo turno lungo la linea in cui i pannelli di legno imballati nei cartoni vengono presi in carico da un braccio robotizzato che li solleva, li sposta e infine li scarica. Un macchinario semi-automatico, sofisticato e ritenuto sicuro. Qualcosa però sarebbe andato storto dopo pochissimi minuti. Secondo le prime ipotesi, verso le 6.15 un componente staccatosi da un pannello o forse un pezzo dell’imballaggio che lo conteneva avrebbe ostruito il movimento del braccio robotico impedendone il corretto funzionamento. Forse, ma anche in questo caso si parla di ipotesi da confermare, Gashi potrebbe aver tentato di liberare il macchinario manualmente. Improvvisamente il braccio robotico si sarebbe rimesso in movimento, cogliendo di sorpresa l’operaio e finendo per comprimergli fatalmente la testa. Immediatamente i colleghi di Gashi che si trovavano a pochi metri da lui hanno dato l’allarme. Sul posto sono giunti in pochissimi minuti i carabinieri della stazione di Ponte di Piave, i vigili del fuoco e i soccorritori del Suem che però non hanno potuto far altro che constatare il decesso dell’uomo.

L’attività della linea è stata immediatamente sospesa per consentire agli ispettori del Servizio prevenzione igiene e sicurezza (Spisal) dell’Usl 2 di eseguire i rilievi al fine di ricostruire la corretta dinamica di ciò che è accaduto in quei terribili istanti. Allo stesso tempo i vertici dell’azienda controllata dalla famiglia Bergamo, toccati profondamente dall’accaduto, hanno deciso in accordo con le organizzazioni sindacali e le rappresentanze interne di sospendere per tutta la giornata l’attività dell’intera fabbrica in segno di lutto.

«Assolutamente l’operaio non avrebbe dovuto trovarsi in quel punto o, nel caso vi fosse stata la necessità di raggiungerlo, il braccio robotico non avrebbe dovuto essere attivo» hanno spiegato i rappresentanti dei lavoratori fuori dai cancelli pochi minuti dopo l’accaduto. «Di conseguenza o ha bypassato la sicurezza oppure si è verificato qualcosa di imprevisto — continuano — Ci sono delle indagini in corso che faranno chiarezza su quanto accaduto, sicuramente però non si è trattato di una fatalità».

Quanto accaduto ieri mattina ha portato presto alla memoria un incidente simile, con lo stesso drammatico epilogo, verificatosi alla «3B» il 17 settembre 2007. Allora a perdere la vita fu la ventunenne Jasmine Marchese, originaria di Stetti di Eraclea, operaia interinale dell’azienda. La giovane ragazza perse la vita schiacciata da una pressa urtata inavvertitamente da un muletto messo in funzione da un altro operaio. Per la sua morte finirono a processo due ex dirigenti, condannati entrambi in secondo grado dalla corte d’appello di Venezia (1 anno di reclusione al primo, 6 mesi al secondo che in primo grado era stato assolto). Una terza persona, l’operaio che aveva messo in moto il muletto, patteggiò invece una pena di 11 mesi. Per tutti e tre gli imputati l’accusa era di omicidio colposo. (Andrea Rossi Tonon)

CORRIERE DEL VENETO

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25.8.8 VERTENZA MELEGATTI – Aggiornamento – “Il nuovo bando d’asta prevede esplicitamente il licenziamento collettivo dei lavoratori”.

25.8.18 – Durante una manifestazione indetta dall’opposizione politica del comune di S.Giovanni Lupatoto, MASSIMO GIAROLA, il consigliere comunale che ha organizzato il sit in, riferendosi al nuovo bando d’assta ha dichiarato che:

La procedura ha fatto scendere a 13 milioni e mezzo di euro la base d’asta e viene espressamente indicato che saranno avviate le procedure di licenziamento collettivo dei dipendenti, attualmente in Cassa integrazione straordinaria».

«Ci sono 50 famiglie che vivono giornate drammatiche, oltre a quelle dei lavoratori dell’indotto, che non sono poch» ha aggiunto Giarola. (Fonte: Ansa 25/08/12:46)

logo_vvox_small Melegatti, dipendenti protestano: «lavoro, dignità e diritti»

icona_pdf Ordinanza del Tribunale

icona_pdf Avviso di vendita e regolamento di procedura competitiva.