Giorni di attesa alla Melegatti, mentre si fa tiepido l’interesse di Hausbrandt

20.4.18                                            VERONASERA

 

 

Si fa sempre meno probabile la scalata da parte del gruppo del caffè che solo pochi mesi fa era pronto a rilevare l’azienda di San Giovanni Lupatoto

 

Continuano ad attendere i lavoratori della Melegatti. Resta sempre fissata per il 7 maggio l’ultima data utile per l’azienda per presentare la proposta di concordato in grado di salvare la ditta di San Giovanni Lupatoto. Agli operai non resta che aspettare; non organizzeranno altri presidi e intanto cercano di capire le strade che la proprietà sta valutando di percorrere.
Aveva acceso grandi speranze l’interessamento da parte di Hausbrandt, ma la sua offerta non è l’unica, anzi pare addirittura che il matrimonio tra il gruppo del caffè e quello del pandoro sia sempre meno probabile. Come scrive Valeria Zanetti su L’Arena, l’analisi della documentazione riguardante i debiti della Melegatti avrebbe smorzato la corsa di Hausbrandt, che solo pochi mesi fa era pronta ad acquisire Melegatti e a finanziare la campagna di produzione dei dolci di Pasqua, poi annullata.
Oltre ad Hausbrandt, ci sarebbe anche un’offerta da parte di Paluani e di altri fondi, pronti ad intervenire in soccorso di Melegatti. Tutti attendono di sapere quale sarà la proposta più vantaggiosa valutata dalla proprietà dell’azienda, proposta che poi dovrà passare il vaglio dei giudici del tribunale di Verona, i quali hanno posto il 7 maggio come termine ultimo. Un termine che però rischia di essere troppo tardivo. Anche se tutto andasse per il verso giusto, è necessario del tempo per far ripartire la macchina produttiva, che già da luglio dovrebbe mettersi in moto per arrivare con una certa tranquillità alla campagna natalizia di quest’anno.
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Melegatti ancora in stallo, lavoratori costretti ad attendere per il concordato

14.4.18

                                                            VERONASERAL’azienda ha tempo fino al 7 maggio per presentare la proposta di concordato al tribunale di Verona e oltre a quello di Hausbrandt c’è anche l’interessamento di Paluani

 

 

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Rappresentanti sindacali e lavoratori della Melegatti si sono incontrati questa mattina, 11 aprile, nello stabilimento di San Giovanni Lupatoto per confrontarsi sulla difficile situazione aziendale, ben fotografata dall’articolo di Valeria Zanetti su L’Arena.
La ditta dolciaria ha evitato il fallimento e dopo una compagna natalizia ridotta e realizzata in tempi record ha dovuto rinunciare alla produzione dolciaria per la Pasqua ormai passata. Il tribunale di Verona attende fino al 7 maggio la proposta di concordato, vale a dire la strada che i vertici aziendali intendono prendere per uscire dalla crisi finanziaria. È noto l’interessamento di Hausbrandt, ma non sarebbe l’unico gruppo intenzionato a rilevare la storica azienda dolciaria veronese. Anche il competitor Paluani sembra infatti interessato.
La matassa rimane dunque ancora ingarbugliata e per i lavoratori significa altri giorni di attesa prima di una svolta che possa farli tornare al lavoro e uscire dalla cassa integrazione. E almeno dalla cassa integrazione, qualche novità positiva è giunta, come dichiarato da Maurizio Tolotto di Fai Cisl. I soldi di febbraio sono stati accreditati dall’Inps, ma a fine aprile la cassa integrazione ordinaria scadrà. Si chiederà dunque una proroga alla scadenza, nel caso in cui la decisione dei giudici sul concordato arrivi a maggio.

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Protesta. Pompieri senza Inail. E scrivono ai politici «Così non funziona». Una lettera a tutte le autorità. Se non verranno ascoltati costretti ad…

14.4.18                                                   arena

 

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VERONA – Tutti ci stupiremo: i vigili del fuoco non hanno la copertura Inail. E loro hanno scritto a tutte le massime autorità per evidenziare la mancanza. E se non saranno ascoltati saranno costretti ad attivare lo stato di agitazione del personale. Scrive la Cgil in una nota: «Quando menzioniamo i vigili del fuoco, parliamo di professionisti del soccorso che svolgono un lavoro difficile, rischioso, che richiede elevate doti professionali abbinate ad altrettanto elevate prestazioni psicofisiche. Un lavoro che si svolge in ambienti che mutano costantemente, condizionato da fattori umani, sociali, tecnologici e ambientali sempre diversi, talvolta imprevedibili». E aggiungono i sindacalisti: «Stiamo parlando di professionisti formati per affrontare ogni tipo di emergenza. Lavoratori turnisti, che sanno quando inizia il loro turno di servizio ma non sanno se e quando il loro turno finirà. Lavoratori e volontari sempre disponibili a risolvere i tanti problemi che una società sempre più fragile si trova ad affrontare. Di giorno, di notte, con il caldo o con il freddo, nei giorni festivi e in quelli feriali. Talvolta a costo della vita. Lavoratori a rischio che, oltre ad essere pochi e scarsamente retribuiti, non godono nemmeno di sufficienti coperture previdenziali e assicurative». (A.V.)
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FONDAZIONE ARENA, UTILI SULLA PELLE DEI PRECARI

14.4.18                                                                                                                 michelebertucco.it

 

CORPO DI BALLO

 

Conti alla mano, le previsioni di bilancio in positivo di Fondazione Arena poggiano solo ed unicamente sui contributi straordinari di Agsm (1,7 milioni), del Comune (600 mila euro) e sulle entrate dell’extralirica per un altro milione di euro. Altro che risparmi su consiglio di indirizzo e dirigenti, la verità è che rispetto al Piano 2018 le previsioni di entrata da vendita da biglietti approvate dal Cdi lo scorso 9 aprile sono in leggera diminuzione, da 22,3 a 21,5 milioni di euro mentre la contribuzione dei soci e sostenitori è prevista in aumento da 15 a 16,8 milioni. La differenza, al netto di altre variazioni in diminuzione, la fanno appunto i contributi di Agsm, il raddoppio del contributo comunale a seguito del mio emendamento al Bilancio comunale preventivo, e il milione che ci si aspetta dall’extralirica.
Fuori dalla contabilità scritta, però, la manovra che si sta compiendo è quella di una stretta sugli stipendi dei lavoratori più deboli, come dimostra la lettera degli aggiunti del coro inviata a Sindaco e Sovrintendente e pubblicata dalla stampa. Infatti anche il costo del personale è in rialzo rispetto al Piano 2018, passando da 21 a 22 milioni.
Per essere più chiari, senza le partite straordinarie di Agsm e Comune il preventivo di bilancio chiuderebbe in sostanziale parità.
Ancora una volta, dunque, si sta lavorando per far pagare tutte le difficoltà di bilancio ai lavoratori. Questo giro tocca agli stagionali, più deboli ed esposti.

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Aziende. Unilever di Sanguinetto In mobilità 42 persone

13.4.18                                                       arena

 La decisione della srl proprietaria del marchio Knorr comunicata ieri ai sindacati. Decisa una riorganizzazione dell’impianto produttivo che conta più di 200 lavoratori ed è dedicato alle lavorazioni alimentari

 

sciopero-scuola-9-18-aprile-2015SANGUINETTO – Apertura della procedura di mobilità per 42 addetti dello stabilimento di Sanguinetto, che vanta oltre cinquant’anni di attività. La decisione di Unilever Manufacturing Italia srl, proprietaria del marchio Knorr, leader nella produzione di dadi da brodo e risotteria, è stata comunicata ieri mattina ai sindacati. La branch tricolore della multinazionale anglo-olandese ha deciso di operare «una riorganizzazione dell’impianto produttivo veronese» dedicato alle lavorazioni alimentari. L’alleggerimento dell’organico, che conta più di duecento lavoratori, sarebbe accompagnato «da importanti cambiamenti nei processi interni, per conseguire maggiore flessibilità e capacità di rispondere alle sfide del mercato», si legge in una nota dell’azienda. «Unilever è stata costretta a intraprendere questa misura estrema per migliorare la competitività del sito, da diversi anni interessato da significative e persistenti riduzioni dei volumi di produzione», mettendolo nelle condizioni di mantenere sostenibilità economica e competitività. La società, con sede a Roma e impianti anche a Caivano (Napoli), Casalpusterlengo (Lodi) e Pozzilli (Isernia), si dice consapevole dell’impatto socio-economico della scelta definita un «sacrificio necessario e non più rinviabile» e promette collaborazione con i sindacati nella gestione del passaggio. La notizia rimbalza nelle sedi sindacali scaligere. Genera sorpresa, anche se da tempo il sito produttivo era «sotto osservazione». «L’azienda non aveva nascosto che per una serie di ragioni si stava pensando ad una riorganizzazione. Non ci aspettavamo però questa improvvisa accelerazione verso i licenziamenti», spiega Andrea Meneghelli della segreteria di Uila Uil. «Non è un mistero che il comparto food di Unilever versasse da qualche tempo in difficoltà. In Europa in un anno circa sono stati chiusi quattro impianti produttivi. Pareva che si stesse ragionando su come agevolare le uscite del personale più vicino alla pensione. Invece si è scelta un’altra strada, senza anticiparci nulla. Eppure da almeno un anno eravamo in attesa del piano industriale», aggiunge Samuele De Carli di Fai Cisl. «Si era accennato ad eventuali razionalizzazioni con l’eliminazione di figure dirigenziali, invece l’elenco degli esuberi comprende quattro impiegati e per il resto operai, i soliti a pagare il conto in gruppi industriali rimasti privi di una mission», rileva Stefano Facci, Flai Cgil. In un comunicato congiunto le sigle manifestano «decisa e forte contrarietà alla scelta, riservandosi di mettere in campo tutte le iniziative finalizzate a contrastare i licenziamenti». Chiedono l’apertura immediata di un tavolo di confronto e di essere messe a conoscenza del piano industriale per valutare le soluzioni a salvaguardia dell’occupazione e promuovere l’utilizzo degli ammortizzatori sociali. Già oggi i sindacati di categoria provinciali con i delegati aziendali fisseranno un’assemblea con i dipendenti, da informare sulla situazione e con i quali concertare iniziative di protesta, e si riservano di aprire lo stato di agitazione. (Valeria Zanetti)
L’ARENA DI VERONA
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Partecipa alla mail bombing indirizzata alla direzione di Fondazione Arena per solidarizzare con i lavoratori precari che rivendicano i loro diritti.

13.4.18

 

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E’ INIZIATA L’INIZIATIVA DI MAIL BOMBING INDIRIZZATA AI VERTICI DI FONDAZIONE ARENA. DI SEGUITO UNA LETTERA APERTA SCRITTA DA UN LAVORATORE STAGIONALE, CHE SOTTOLINEA LE MOLTE CRITICITA’ SUBITE DAL PERSONALE AGGIUNTO.
VI INVITIAMO A SOLIDARIZZARE CON I LAVORATORI PARTECIPANDO ALL’INIZIATIVA, SPEDANDO IL TESTO SOTTOSTANTE AI SEGUENTI INDIRIZZI:

 

cecilia.Gasdia@arenadiverona.it
sindacovr@comune.verona.it
Gianfranco.Decesaris@arendiverona.it
Francesca.tartarotti@arenadiverona.it
slc@cgilverona.it
fistel_verona@cisl.it
uilcomvr@gmail.com
fialsverona@gmail.com

 

icona x COMUNICATI STAMPA E APPELLI

Alla Cortese Attenzione

Del Sovrintendente di Fondazione Arena di Verona

Maestro Cecilia Gasdia

e.p.c.                  Signor Sindaco della Città di Verona

avv. Federico Sboarina

Direttore operativo Dr. Gianfranco De Cesaris

Del responsabile Risorse Umane e relazioni sindacali

Dr.ssa Francesca Tartarotti

Alle Organizzazioni Sindacali dei lavoratori dell’Arena di Verona

 

 Il Coro dell’Arena di Verona ingaggiato nel Festival Estivo è composto da circa 100 Artisti del Coro cosiddetti Aggiunti e/o Stagionali che si uniscono al Coro di Fondazione Arena di Verona cosiddetto Stabile.
Stiamo assistendo in questa fase, in attesa di chiamata per la Stagione estiva 2018, a discussioni sulla tipologia contrattuale con la quale assumere il personale Aggiunto e alla contestata gestione delle mezze giornate di feria che tanto ci hanno stupito lo scorso anno.
La Sua presenza e la Sua attività ai vertici di Fondazione Arena di Verona è stata accolta con positività dagli artisti che hanno intravisto in questa Sua nomina il segno del giusto rilancio della qualità degli spettacoli Areniani.
Il Coro dell’Arena di Verona si sente investito di questa responsabilità nel partecipare con la propria professionalità a questo rilancio.
Le Sue parole espresse con viva commozione sul palcoscenico del Teatro Filarmonico durante le prove di Otello, in Dicembre 2017, hanno fatto intendere a chi le ha ascoltate che il rilancio dell’Arena comprendesse anche il rilancio del Coro dell’Arena.
Ora siamo giunti alla vigilia del Festival del 2018, noi Artisti del Coro non siamo stati ancora interpellati ma ci è stata paventata l’ipotesi di assunzione con contratti Part-time verticale e con interruzioni di contratto durante la stagione.
Questa malaugurata soluzione metterà in seria difficoltà coloro che decideranno di accettare o meno questa ipotesi; affrontare la faticosa stagione estiva in Arena ha dei costi sensibili a carico di ciascun Artista del Coro.
Costi di viaggio, la maggior parte degli Aggiunti del Coro non risiede in Verona ed è costretta a viaggiare.
Costi di permanenza: molti di noi sono costretti ad affittare una soluzione abitativa in città o dintorni. Difficilmente si possono trovare soluzioni abitativa al di sotto dei 600 euro mensili e i contratti d’affitto dei cittadini veronesi non sono a part-time.
Se l’ipotesi del Contratto part-time dovesse avverarsi a conti fatti dovremmo lavorare per poche centinaia di euro al mese.
Costringere gli artisti del Coro dell’Arena di Verona ( e di tutti gli altri settori) a non accettare per motivi economici e costringere  coloro che accettassero a lavorare sottopagati significa “uccidere” il Coro dell’Arena di Verona.
Non è pensabile che questo progetto vada nella direzione del rilancio della qualità degli spettacoli Areniani come i nostri Rappresentanti Sindacali vi hanno più volte e da tempo segnalato.
Lei in qualità di Sovrintendente di Fondazione Arena di Verona  e in qualità di Artista dell’opera lirica italiana conosciuta in tutto il mondo non può essere parte dell’uccisione del Suo Coro…
Vorremmo altresì ricordare che la nostra professionalità maturata e mantenuta nel corso degli anni è resa possibile da altre figure assunte solo per la stagione estiva che concorrono alla buona riuscita dei nostri spettacoli: in primis gli Aggiunti dell’Orchestra dell’Arena di Verona, i Ballerini, i Figuranti e a seguire figure che restano nascoste ma sono fondamentali.  Pensiamo alle prime persone che incontriamo nei nostri “cameroni” gli Addetti Aggiunti alla Sartoria, gli addetti Aggiunti alla Calzoleria, i Truccatori e Parrucchieri…per poi spostarci al Palcoscenico in cui hanno già predisposto lo spettacolo tutte le altre Maestranze Aggiunte dei reparti tecnici: Scenografi Aggiunti, Macchinisti Aggiunti, Attrezzisti Aggiunti, Elettricisti Aggiunti, i Maestri Collaboratori Aggiunti. E non voglio nemmeno dimenticare tutti gli altri settori che concorrono alla sicurezza e alla gestione del pubblico in Arena: i Custodi Aggiunti, le “Maschere”, gli addetti al retropalco.
Siamo certi che ognuna di queste figure Aggiunte pur nella diversità del proprio ruolo vorrà segnalarle gli stessi disagi e preoccupazioni che esprimiamo a piena voce noi Artisti del Coro dell’Arena di Verona.
Come vede, ma come sa, è un piccolo esercito di persone Aggiunte che crea l’atmosfera magica degli spettacoli all’Arena, tutti e ognuno con responsabilità diversificate ma con l’unico obiettivo di trasmettere la nostra Arte al nostro pubblico.
Trasmettere l’Arte è l’impegno di una vita intera per ognuno di queste figure…non è possibile mettere l’Opera Italiana divulgata dall’Arena di Verona sotto le forche del contratto Part-time
UN AGGIUNTO/A DELL’ARENA DI VERONA

icona_pdf lettera a Cecilia Gasdia

 

Morti sul lavoro nel 2018, Verona la seconda provincia italiana con più casi

2.4.18                                                           VERONASERA

Sette sono state le morti bianche dall’inizio dell’anno. Lo stesso numero si registra nel trevigiano. Un caso in più in provincia di Milano. Il Veneto è la regione con più incidenti mortali sul lavoro in Italia (20)

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Sono stati 149 i lavoratori morti sui luoghi di lavoro in Italia nei primi tre mesi del 2018, saliti a 151 nella giornata di ieri, 1 aprile, dopo l’esplosione avvenuta a Treviglio, nel bergamasco. Il conto viene tenuto dall’Osservatorio Indipendente di Bologna ed esclude gli incidenti mortali in itinere, quindi coloro che sono morti nel tragitto casa-lavoro.
Nel primo trimestre del 2018 i morti sul lavoro sono aumentati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Si è passati da 133 a 149 a livello nazionale, quindi un aumento di circa il 10%. Con 20 morti è il Veneto la regione con più morti sul lavoro finora in Italia. La provincia con più morti sul lavoro è Milano, con 8 casi, seguita da due province venete, Treviso e Verona con 7 morti.
A livello regionale, dunque, Verona e Treviso sono le province con più morti bianche e sono seguite da Vicenza (2) e da Venezia, Belluno e Rovigo (1).
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Il taglio sull’Azienda ospedaliera che fa infuriare i medici veronesi. Più ricoveri ma meno soldi dalla Regione per il personale. I sindacati: inac…

31.3.18                                                                 Logo-Corriere-del-Veneto-

 

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VERONA – In un anno, lo dicono i numeri, sono migliorate le performance, sono aumentati i ricoveri, gli interventi chirurgici, le diagnosi complesse, le prestazioni specialistiche. Tuttavia, la Regione ha deciso di tagliare i fondi destinati al personale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona per quasi 1 milione di euro. Una decisione che ha mandato su tutte le furie le organizzazioni sindacali di categoria (Anaao Assomed, Cimo, Aaroi, Fvm, Cisl, Snr) che insieme hanno deciso di inviare una dura nota ai vertici politici, l’assessore competente Luca Coletto, e a quelli amministrativi, il direttore generale della Sanità Domenico Mantoan, della Regione. Se si continua così, denunciano i sindacati, si potrebbe arrivare al punto in cui la soglia di sicurezza delle cure non è più garantita. Ma quello all’Azienda ospedaliera non è l’unico taglio riservato alla sanità veronese: alla Ulss 9 Scaligera, che è il frutto dell’accorpamento delle Ulss 20 Verona, 21 Legnago e 22 Bussolengo, il decurtamento sfiora gli 1,3 milioni di euro. Ma se in questo caso si può ipotizzare il miglioramento dei conti attraverso l’eliminazione di figure professionali doppie o sovrapponibili, per quanto riguarda l’Azienda ospedaliera non c’è stato alcun mutamento strutturale.
Di fatto, a parità di personale il fondo per l’Aoui scaligera passa dai 221,785 milioni di euro del 2017 ai 220 milioni e 828mila euro previsti per quest’anno. Un taglio inspiegabile, fanno notare i sindacati, rispetto all’aumento di 75 milioni del Fondo Sanitario Regionale, dichiarato dal presidente Luca Zaia. «Questo definanziamento – attacca Anna Tomezzoli segretario Anaao Assomed dell’Azienda ospedaliera – è difforme ed iniquo rispetto al trattamento riservato ad altre aziende ospedaliere del Veneto. Ci chiediamo per quanto tempo ancora i medici e gli operatori di questa azienda, unico ospedale-hub della provincia veronese, debbano pagare con la loro buona volontà e con lo spirito di sacrificio il mantenimento di standard qualitativi quantomeno decorosi. Siamo di fronte a un continuo depauperamento di risorse umane, dettati da scelte ormai non tanto strategiche, quanto spesso campanilistiche». Un dato confrontabile è quello dell’Azienda ospedaliera di Padova, il cui budget per il personale non è stato diminuito, ma ritoccato verso l’alto, seppur di briciole (50 mila euro). E questo al netto di performance non migliori e anzi di un maggior trasferimento di proprio personale verso l’Azienda Zero. «La Regione – chiarisce Francesco Cobello, direttore generale dell’Aoui – ha fatto le sue scelte in base ai limiti di spesa determinati a livello nazionale. Su quanto disposto non è più possibile intervenire». Ma l’Azienda ospedaliera, ribadiscono i sindacati, è il centro di riferimento nel trattamento medico e chirurgico per le patologie complesse. «Questo – spiega Gianluca Santangelo, rappresentante aziendale Aaroi – ha determinato un aumento dell’attività nelle sale operatorie, nelle terapie intensive, con un forte carico di lavoro per anestesisti, rianimatori e personale infermieristico. Per garantire l’operatività, qui la gente rinuncia alle ferie e ha difficoltà a rispettare i riposi». Si potrebbe superare il problema assumendo nuovo personale, ma il taglio fa intendere che non sembra essere questa la strada scelta dalla Regione. «Se si pensasse di non provvedere all’indispensabile turnover – ribadisce Andrea Rossi, vice segretario regionale Anaao – è chiaro che ci saranno ripercussioni sulle liste d’attesa, sulle attività delle sale operatorie, sul rischio clinico e sulla sicurezza delle cure con un peggioramento netto dei servizi all’utenza poiché non saranno più sostenibili». (Samuele Nottegar)
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Dolciario. Stagionali assunti in coop Allarme per la Dal Colle.

31.3.18                                                                        arena

 

 

 

Martedì 10 aprile confronto con sindacati con il coinvolgimento di Confindustria. Alla fine della campagna pasquale l’azienda ha comunicato che i prossimi contratti di lavoro non saranno più diretti

 

Immagine correlataVERONA – Apertura dello stato di agitazione o confronto chiarificatore e risolutivo con l’azienda? Questi gli scenari prefigurati dai sindacati a margine delle due assemblee molto partecipate che si sono tenute l’altro ieri nello stabilimento Dal Colle spa, azienda dolciaria di Colognola ai Colli. A far scattare l’allarme tra i lavoratori, la comunicazione effettuata la settimana scorsa dall’impresa a un gruppo stagionali, addetti al confezionamento e vicini alla conclusione del contratto, che la prossima assunzione sarebbe stata non più diretta, ma tramite una cooperativa di settore. Passaggio che lavoratori e sindacati non hanno gradito. Da qui l’organizzazione degli incontri ai quali hanno preso parte oltre un centinaio di addetti. STUPORE SINDACALE. «Il tasso di partecipazione alle assemblee ci ha stupito, l’azienda è poco sindacalizzata e le nostre iniziative richiamavano di solito un numero tutto sommato limitato di lavoratori», valutano i rappresentanti delle sigle che hanno organizzato gli appuntamenti, Maurizio Tolotto per Fai Cisl e Daniele Mirandola per Uila Uil, insieme con Stefano Facci Flai Cgil.Secondo i rappresentanti sindacali il passaggio di un contingente di 30-40 lavoratori alla cooperativa rappresenterebbe un primo step verso una minore tutela del lavoro. «Gli addetti perderebbero l’inquadramento attuale e il diritto di precedenza acquisito, solo per fare due esempi», elenca Mirandola. «Nutriamo anche dubbi sul fatto che il confezionamento dei dolci possa essere affidato ad una coop esterna», aggiunge Tolotto. «Non ci spieghiamo inoltre come un’impresa in piena salute, che in questi mesi, sta beneficiando insieme con altre concorrenti della scomparsa dal mercato di un marchio storico come Melegatti, possa prefigurare questo cambio di rotta nella gestione dei dipendenti», aggiunge. Le assemblee hanno votato il mandato allo sciopero e i sindacati hanno chiesto ai lavoratori di non sottoscrivere alcun contratto, in attesa che arrivino chiarimenti. REPLICA AZIENDALE. L’azienda intanto si dice disposta al confronto. «È già stato fissato un tavolo martedì 10 aprile», spiega Beatrice Dal Colle, amministratore delegato come il fratello Alvise, «Abbiamo ritenuto opportuno coinvolgere anche Confindustria. Il passaggio degli addetti alla cooperativa rappresenta parte di un progetto più ampio che sarà esposto in maniera completa». L’ad precisa che la nuova forma di contrattualizzazione potrebbe riguardare una minoranza di persone sul totale di 250 stagionali circa, impiegati nei picchi produttivi. Sarebbe stata ipotizzata per dare continuità occupazionale, superando la precarietà del lavoro a termine, che caratterizza chi si occupa del segmento ricorrenza. E comunque non andrebbe mai a interessare i dipendenti a tempi indeterminato. «Le aziende si evolvono e devono riorganizzarsi. Succede anche in Dal Colle, ma la situazione al momento è interlocutoria», assicura. Occorre attendere dopo Pasqua per conoscere gli sviluppi. (Valeria Zanetti)
L’ARENA DI VERONA
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Crisi. Tosoni, prorogata la procedura dell’amministrazione straordinaria

29.3.18                                                                  arena

Incontro tra i sindacati e i tre commissari incaricati di cedere Cordioli e Saira Components. Atteso il via libera del Mise per proseguire con la Cigs dei 115 dipendenti e procedere con i bandi

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VERONA – Proroga della procedura di amministrazione straordinaria e dell’incarico ai commissari Silvia Zenati, Riccardo Bonivento e Pietro Del Fabbro che seguono la crisi del Gruppo Tosoni di Villafranca. Il via libera del Comitato di sorveglianza attende di essere avvallato dal Mise, ministero dello Sviluppo economico. Il passaggio è indispensabile per dare continuità alla Cigs dei 71 dipendenti di Cordioli spa e dei 44 di Saira components srl e procedere all’emanazione dei nuovi bandi per collocare le due principali aziende della holding industriale. Queste le notizie uscite ieri dall’incontro tra i tre professionisti e i sindacalisti Barbara Ballerini Fim Cisl e Gianni Morandini Fiom-Cgil per fare il punto sulle decisioni prese a Roma.La prima buona notizia è che la procedura potrà procedere oltre il limite di due anni previsto dalla legge Marzano e potrà essere prorogata anche la cassa straordinaria per i 115 dipendenti delle due aziende. «Per gli addetti di Cordioli sarebbe scaduta il 6. Per gli altri, entro fine mese. Ora bisognerà fare tutto il pressing possibile per non perdere tempo nei passaggi burocratici e ottenere velocemente dal Mise le carte da girare all’Inps», avverte Ballerini. Si potrà anche proseguire con i bandi per assegnare le imprese ai compratori, che stavolta non mancano. Sul piatto ci sarebbero tre proposte per ciascuna società. La seconda buona notizia è che in entrambi i casi almeno un’impresa che ha manifestato interesse assumerebbe subito il numero di lavoratori previsti dal bando e inoltre, dato il paniere di commesse, sarebbe disposta anche ad assorbire in futuro gli ex addetti, rispettando il diritto di precedenza. Per Cordioli le manifestazioni arriverebbero da due società italiane e una straniera tutte del settore della carpenteria pesante. Una di queste potrebbe riassorbire una ventina di lavoratori, con un’apertura molto ampia a procedere ad altre immissioni in organico nei prossimi due anni, riconoscendo il diritto di precedenza ai licenziati in Naspi. Un’altra quindicina di dipendenti potrebbe rientrare in produzione alla Saira Components. A metà aprile si chiuderà anche il bando riguardante l’immobiliare del Gruppo, Arcatos. Buone notizie, infine, anche per Saira Asia, branch asiatica della subholding Saira Europe, sempre rientrante nella galassia Tosoni. Anche in questo caso ci sarebbero compratori indiani pronti a rivelarla, purché arrivi il via dei soci di maggioranza che si esprimeranno entro fine aprile. (Va.Za.)
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Il governo si è dimesso, ma regala 500 milioni alle scuole private

28.3.18                        CONTROPIANO

 

 

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Il governo Gentiloni si è dimesso, ma non smette di far danni. Con una delle tante mosse dell’ultimo minuto, la Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha firmato un decreto per finanziare le scuole private. Che quest’anno si vedranno assegnare 493.562.302 euro. Mezzo miliardo, così, a gratis, contravvenendo per l’ennesima volta l’obbligo costituzionale (Art. 33, “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”).
Non basta, però. Nelle stesso tempo il MIUR sta portando avanti il lavoro tecnico che consentirà alle scuole paritarie di accedere ai fondi del Programma Operativo Nazionale (PON), come previsto dalla legge di stabilità per il 2017 (opera di Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, dunque) che, all’articolo 1, prevede l’accesso al PON sia per le scuole statali che, appunto, per le paritarie.
Né si può dire che questa procedura di privatizzazione dell’istruzione supportata con soldi pubblici avvenga all’insaputa dell’Unione Europea. Nel luglio del 2017, infatti, era stata proposta la modifica dell’Accordo di Partenariato, accettata e perfezionata dalla Commissione Ue l’8 febbraio scorso.
La procedura è in questo caso particolarmente rapida. La modifica dell’Accordo di Partenariato e del Programma operativo è stata illustrata alle parti sociali del 14 marzo scorso, è già il il giorno successivo – 15 marzo – la proposta di modifica del PON da parte del Ministero è stata discussa nella riunione del Gruppo Istruzione della Commissione Europea.
Sia detto sommessamente: chi ancora crede, “a sinistra”, che si possa “riformare la Ue” è un complice consapevole di questi disastri…
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Scanu e Melegatti, quell’amore naufragato: «Quante calunnie su di me»

22.3.18                                           Logo-Corriere-del-Veneto-

 

 

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20.12.17 thevision.com La Melegatti non è il miracolo di Natale, è la tragedia dell’imprenditoria italiana

 

Risultati immagini per valerio scanuVERONA «Ho letto delle dichiarazioni dei dipendenti poco piacevoli su di me. Gli stessi dipendenti che quando sono andato in fabbrica mi hanno steso il tappeto rosso». Valerio Scanu entra a gamba tesa nella querelle Melegatti. «Diretto, immediato, senza filtri», come scrive nel retro di copertina la sua casa editrice, la Ultra, introducendo la sua autobiografia: «Giuro di dire la verità, dalla A alla Zia Mary». Il libro – che contiene tra l’altro anche un capitolo celebrativo proprio sulla Melegatti – è stato presentato alla Feltrinelli di via Quattro Spade davanti a una quarantina di fan del cantante sardo. Ma il Corriere di Verona ha voluto parlare con Scanu – per quattro anni testimonial della Melegatti, con tanto di pandoro celebrativo con il suo volto sulla confezione – delle vicissitudini dell’azienda dolciaria. Qualche anno fa visitò lo stabilimento di San Giovanni Lupatoto provando, scrive nel libro, «la stessa emozione dei protagonisti di Willy Wonka nella sua fabbrica di cioccolato, il profumo del pandoro appena sfornato è un’esperienza mistica». Il 4 febbraio 2017 è stato invece l’ospite d’eccezione al taglio del nastro del nuovo stabilimento di San Martino Buon Albergo. Un legame stretto.
La verità di Scanu
Scanu racconta la sua versione dei fatti: «Ho seguito la vicenda, la conosco anche dall’interno e posso dire che non è come quello che si legge sui giornali. I mass media spesso ci ricamano sopra. Mi riferisco agli attacchi gratuiti alla proprietà, attacchi che io stesso ho vissuto sulla mia pelle». Scanu conferma la sua amicizia con la presidente Emanuela Perazzoli: «Mi ha sempre sostenuto in tutte le mie attività artistiche, è una delle mie fan più fedeli e c’è un affetto che mi lega a lei. Le sono vicino anche per quello che ha subito, essere calunniati non è bello, è capitato anche a me. È stato detto che c’era il caos in azienda, ma Scanu veniva pagato. Le famose voci di corridoio. Poi prendi un articolo qui e un articolo lì ed è chiaro che a un certo punto ti girano le balle. Certe guerre interne hanno nociuto all’azienda, è come il marito che si taglia i genitali per far dispetto alla moglie». Il cantante di «in tutti i luoghi e in tutti i laghi», che oggi con Melegatti non ha più nessun rapporto contrattuale, tuttavia si dice «contento e lo devono essere tutti» della svolta positiva che ha preso la faccenda, con la trevigiana Hausbrandt che, come annunciato, probabilmente rileverà la proprietà di Melegatti. «Tutto si sta risolvendo per il meglio. La Melegatti continuerà a essere italiana e questa è una cosa non di poco conto. Anche perché il pandoro Melegatti è il più buono che ci sia ed è proprio grazie a Melegatti se a ogni Natale ci troviamo a schierarci per il pandoro o per il panettone. Prima di Melegatti c’era solo il panettone». Scanu si congeda e scende a incontrare i fan. Veniamo a sapere che in sala si aggirano con discrezione anche tre dipendenti Melegatti. Parliamo con uno di loro. La ferite in questa storia sono ancora aperte.
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Lavoro: il continuo e silenzioso stillicidio delle morti bianche

23.3.18                                          VERONA IN

by Claudio Toffalini

 

 

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100 Sogni morti sul lavoro – Milano 20/04/2012 – Installazione di Gianfranco Angelico Benvenuto – Foto di Alberto Cattaneo
Si continua a “morire di lavoro”. Mancanza di sicurezza e scarsa attenzione al rispetto delle regole, ma non solo. I dati dell’Inail evidenziano un trend in tragico aumento. Il Veneto con 74.100 denunce di infortunio e 91 morti sul lavoro nel 2017 si situa al quarto posto dopo Lombardia, Emilia Romagna e Lazio.  E nel solo veronese gli incidenti sul lavoro mortali l’anno scorso sono stati 13.
Ancora un incidente mortale sul lavoro nei giorni scorsi nel veronese. A Casaleone un uomo di 73 anni che lavorava come collaboratore nella ditta del figlio è morto per una caduta. L’ultimo caso era avvenuto al Vallese di Oppeano lo scorso 1° febbraio, quando un operaio di 41 anni era morto colpito da una pesante barra metallica. Sono eventi tragici che trovano poco spazio nelle pagine dei giornali locali e veloci passaggi nelle televisioni, relegati a fatti di cronaca, subito  superati dall’incalzare della quotidianità. Raramente le morti sul lavoro arrivano alla cronaca nazionale, avviene solo quando il fatto coinvolge più persone, come nel caso dei 4 operai, alla Lamina di Milano il 16 gennaio scorso, asfissiati in pochi minuti uno dopo l’altro dal gas argon nella fossa sotto il forno dove dovevano eseguire alcune riparazioni. O come a Catania nei giorni scorsi, dove due Vigili del Fuoco sono morti nel tentativo di salvare vite umane.
Gli incidenti sul lavoro sono molti, troppi. Secondo i dati INAIL nel solo veronese gli incidenti sul lavoro mortali l’anno scorso sono stati 13, e il Veneto con 74.100 denunce di infortunio e 91 morti sul lavoro nel 2017 (di cui 61 sul luogo di lavoro e 30 in itinere) si situa fra le Regioni al quarto posto dopo Lombardia, Emilia Romagna e Lazio.  L’INAIL  segnala che nel 2017 le denunce di infortunio in Italia sono state 635.433 pari a 1740 al giorno, 72 ogni ora, più di una al minuto, di cui quelle con esiti mortali 1.029 nel 2017 (746 sul luogo di lavoro e 283 in itinere), con una media di quasi 3 morti al giorno. Sono numeri impressionanti, praticamente una strage, che dovrebbe trovare maggiore spazio nel dibattito politico e in Parlamento per far riflettere sulla necessità di maggior cultura della prevenzione, della tutela della sicurezza e dell’incolumità del lavoro.
Devono far riflettere anche i dati di Vega Engineering, prodotti utilizzando la banca dati INAIL, che mostrano come la frequenza degli incidenti mortali non è costante nelle varie fasce d’età ma presenta due picchi, l’uno in corrispondenza dei lavoratori più giovani e l’altro fra i lavoratori più anziani. Nella fascia 15-24 anni il picco è di 31,3 incidenti mortali annuali per milione, quindi dopo un minimo di 15,3 casi nella fascia 25-34 anni si verifica poi un aumento costante della frequenza degli incidenti mano a mano che aumenta l’età anagrafica dei lavoratori, fino a 61,2 incidenti nella fascia 55-64 anni e 141,1 oltre i 65 anni. Angosciante è il picco nella fascia d’età più giovane, indicatore forse di inesperienza o non sufficiente preparazione, ma impressionante è anche l’impennarsi della frequenza degli incidenti mortali oltre i 55 anni ed ancora di più oltre i 65 anni, a dimostrazione che l’età più avanzata diventa essa stessa fattore di rischio soprattutto nelle attività più esposte al pericolo ed alla usura fisica.
Ciononostante la nota legge Fornero dispone il progressivo aumento dell’età per l‘accesso alla pensione di vecchiaia, già oggi a 66 anni e 7 mesi, che diventeranno 67 anni dal 1° gennaio 2019, con successivi ulteriori aumenti a 68 e 69 anni. E l’anticipo pensionistico di pochi mesi per chi ha svolto lavori usuranti, recentemente introdotto, è palesemente del tutto insufficiente, per non dire ridicolo.
Per quanto riguarda l’aspetto legislativo, la normativa sulla sicurezza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi anni. Chi lavora nelle aziende più strutturate sa che la puntuale e continua formazione sulla sicurezza e prevenzione degli infortuni è ormai prassi, ma sa anche che in molte realtà, soprattutto nei casi di subappalto, la preoccupazione maggiore è quella dei timbri e firme sui documenti della sicurezza più che della reale formazione dei lavoratori. E sa anche che in molte situazioni prevenzione e procedure di sicurezza vengono bypassate perché bisogna “fare presto”.
Non possono bastare le verifiche formali cartacee sui documenti di valutazione dei rischi e sui dispositivi di protezione individuale, pur necessari, ma servono anche, e soprattutto, maggiori controlli nei cantieri e nelle reali situazioni di lavoro. Come per i femminicidi è aumentata la sensibilità sociale così è auspicabile che analogo spazio sia riservato sui media anche agli incidenti mortali sul lavoro, magari togliendo qualche minuto a rubriche di cucina, amenità sui reali d’Inghilterra o ai pettegolezzi dall’Isola dei famosi.
Claudio Toffalini
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Statali, una parte degli aumenti è “a tempo”. Dal 2019 chi guadagna meno perderà fino a 29 euro al mese

20.3.18                                                          Testatailfattoquotidiano

Prima delle elezioni la promessa di incrementi medi di 85 euro mensili. Ma per garantirli è stato necessario inserire un “elemento perequativo”. Valido solo per 10 mesi. La beffa pesa di più sulle buste paga più basse: gli insegnanti con meno anzianità per esempio diranno addio a circa 20 euro al mese. Fp Cgil: “Non è una sorpresa, puntiamo a stabilizzarlo”. Usb: “Una trappola”

 

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di Luisiana Gaita

PUBBLICO IMPIEGO CONTRATTO BIDONEUna parte dell’aumento svanirà come la carrozza di Cenerentola. Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2018. E a rimetterci di più saranno paradossalmente i dipendenti con gli stipendi più bassi. La sorpresa si chiama ‘elemento perequativo’ ed è nell’accordo per il rinnovo del contratto degli statali, siglato dopo otto anni di blocco e diversi mesi di trattative. E in base al quale i vari comparti, dai lavoratori dei ministeri a quelli della sanità, hanno siglato intese subito prima delle elezioni. Ora però si scopre una falla: nella fretta, spiega Il Sole 24 Ore, si era stabilito di dare a tutti un aumento pari al 3,48%. Ma quella quota, si è scoperto poi, avrebbe garantito i promessi 85 euro lordi mensili in più solo ai ministeriali, che hanno buste paga mediamente più pesanti. Di lì la decisione di ricorrere a incrementi temporanei. Destinati a sparire nel 2019, a meno che non si trovino le risorse per stabilizzarli. “Aumento a elastico”, lo definisce il Sole 24 Ore. Secondo cui, ulteriore beffa, ad essere più colpiti saranno gli statali che guadagnano meno.
Secondo l’Unione sindacale di base, molto critica con Cgil, Cisl e Uil, è “una trappola”. Tra l’altro l’Usb ricorda che non viene considerato “agli effetti dell’indennità di buonuscita o di anzianità, del trattamento di fine rapporto, dell’indennità sostitutiva del preavviso, né dell’indennità in caso di decesso. Insomma un “fuori busta” che rappresenta “oltre a un’inaccettabile presa in giro, la più clamorosa negazione della certezza del salario e del valore dello stesso Ccnl”. Il segretario nazionale Cgil Fp Salvatore Chiaramonte, invece, difende la scelta di avvalersi di questo strumento. “In tutte le fasi di trattativa – spiega a ilfattoquotidiano.it – è stata comunicata la scelta di introdurre questo elemento che, tra l’altro, abbiamo l’obiettivo di rendere stabile con il rinnovo dei nuovi contratti”.
IL MECCANISMO DEGLI AUMENTI – L’accordo prevedeva aumenti retributivi sullo stipendio base dai 63 ai 117 euro mensili lordi a regime per gli statali. Parliamo dei dipendenti di ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici. A questi incrementi andava aggiunta una componente provvisoria per i livelli più bassi, che oscilla tra i 21,10 e 25,80 euro. L’‘elemento perequativo’ è però valido solo per dieci mensilità, ossia da marzo (con i primi aumenti tabellari) a dicembre 2018. Un extra ‘a tempo determinato’ che interessa più di due milioni di dipendenti pubblici. Il tempo di lanciare uno slogan prima delle elezioni, secondo i più critici. Non solo. A perdere più soldi sarà proprio chi guadagna di meno, l’esatto opposto dell’obiettivo dichiarato solo pochi mesi fa. “L’intento non era quello di fare un gioco di prestigio, ma di trovare una soluzione ad alcuni problemi tecnici”, spiega Chiaramonte, che sottolinea l’intenzione di correre ai ripari. “Fra tre mesi ci sediamo al tavolo – continua – per il rinnovo dei contratti e nelle nostre piattaforme c’è anche la stabilizzazione di quella quota perequativa”. A patto ovviamente di trovare le risorse.
GLI EFFETTI SUGLI STIPENDI – Ma cosa cambia, in effetti, per le buste paga? Facciamo alcuni esempi, seguendo le tabelle elaborate dal Sole 24 ore. I dipendenti delle Regioni, quelli del settore della Sanità, ma anche gli insegnanti con meno anzianità perderanno circa 20 euro al mese, intorno al il 25% dell’aumento. Per un impiegato della sanità l’aumento medio è di 85,4 euro, ma quello stabile si ferma a 66,9. E se uno stipendio da 2.283,2 euro, con il nuovo accordo, sale stabilmente di 90,8 euro più 4 euro “temporanei”, uno di 1.269,3 euro passa a 1.349,8 ma con un incremento stabile di soli 50,5 euro. Mentre 30 sono temporanei. Stesso discorso, ad esempio, per i dipendenti di Regioni ed enti locali. Con i nuovi contratti uno stipendio di 2.281,9 euro avrà rispetto al passato un aumento stabile di 90,3 euro e uno temporaneo di 2 euro, ma è sui dipendenti con redditi più bassi che il ‘gioco di prestigio’ avrà gli effetti più importanti. Chi oggi guadagna 1.341,4 euro (con un aumento stabile di 52 euro), porterà a casa dal 1 gennaio 2019 1.312,4 euro, per la perdita di un elemento perequativo pari a 29 euro.
LE CAUSE DELL’ALTALENA – Come si è arrivati a questo? Il problema è sorto quando l’attuazione dell’accordo sugli aumenti medi da 85 euro al mese – siglato tra il governo Renzi e i sindacati pochi giorni prima del referendum costituzionale – si è scontrato con la realtà dei rinnovi contrattuali. L’intenzione iniziale era quella di dare più soldi a chi guadagnava di meno, ma è stata scelta la strada di una percentuale di aumento uguale per tutti da applicare ai vari settori. Peccato che questa percentuale sia stata plasmata sui dipendenti ministeriali, che hanno stipendi più alti rispetto a quelli degli altri settori della pubblica amministrazione. I quali, quindi, non arrivavano agli 85 euro medi promessi dall’accordo. Da qui la necessità di un aumento extra. “Avevamo da un lato l’esigenza – spiega Chiaramonte a ilfattoquotidiano.it – di garantire gli 85 euro a tutti, dall’altro quella di mettere a riparo tutti i percettori del bonus da 80 euro che con i nuovi contratti rischiavano di perderlo”. Già, perché facendo i calcoli ci si è accorti che l’aumento dei contratti sarebbe costato a oltre 300mila dipendenti la perdita parziale o totale del bonus, perché gli stipendi rientravano nella fascia fra i 24mila e i 26mila euro. Da qui le correzioni in legge di Bilancio, che ha solo parzialmente risolto in problema. La manovra ha stabilito che il bonus fosse azzerato dai 26.600 euro in su e diminuito gradualmente dai 24.600 euro in poi. “Rimanevano senza copertura – aggiunge Chiaramonte – la maggioranza degli stipendi più bassi, per i quali si è pensato a una quota di solidarietà del reddito. Non è una sorpresa per nessuno che si tratta di una quota non stabile, ma la nostra intenzione è quella di trasformare uno strumento straordinario in una componente ordinaria dello stipendio”.
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