Dolciario. Alla Dal Colle lo stato di agitazione prosegue

29.6.18

 

Risultati immagini per dal colle stabilimentoVERONA – La prova di forza sarà la settimana prossima, quando nello stabilimento dolciario Dal Colle di Colognola sarebbe previsto l’ingresso in produzione di personale fornito da cooperativa e non assunto dall’impresa. Il progetto di esternalizzazione è in discussione da mesi. I vertici aziendali hanno incontrato più volte in primavera i sindacati e hanno illustrato il piano l’11 giugno, senza tuttavia convincere i rappresentanti di Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil. Ieri le assemblee con i lavoratori. Escluse le ex maestranze stagionali, al momento prive di contratto, che hanno incontrato i sindacalisti fuori dalla fabbrica. Al termine, le sigle hanno diffuso un comunicato unitario. «Esprimiamo con forza», si legge, «disappunto e contrarietà verso questa operazione speculativa fatta sulla pelle di lavoratrici e lavoratori. A tal proposito confermiamo lo stato di agitazione e ci riserviamo iniziative di sciopero nel momento in cui presentino forzature». Per i sindacati, la cessione in appalto di parte della produzione viola il contratto nazionale della piccola e media industria, che Dal Colle applica ai dipendenti. Il passaggio riguarderebbe una settantina di addetti a termine su 140, che perderebbero l’inquadramento attuale per virare sul contratto delle coop alimentari, che ha buste paga più leggere. (Va.Za.)

L’ARENA DI VERONA

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VERRTENZA MELEGATTI – RASSEGNA STAMPA 27.6.18 – MELEGATTI IN VENDITA. BASE D’ASTA A 18 MILIONI

RASSEGNA STAMPA

 

 

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QUI puoi leggere il bando di gara.

 

PANTHEONMelegatti è in vendita, l’asta a fine luglio

 

Melegatti è tornata sulla piazza. Ieri il giudice Rizzuto ha dato l’autorizzazione per la vendita dell’azienda lupatotina insieme alla Nuova Marelli tramite un’asta che si terrà lunedì 30 luglio. L’offerta partirà da una base di 18 milioni di euro.

È stato pubblicato ieri il bando con cui Melegatti è stata ufficialmente messa in vendita. Dopo il fallimento dell’azienda, infatti, il giudice Silvia Rizzuto ha autorizzato ieri il procedimento per l’asta, che si terrà lunedì 30 luglio.

Si partirà da una base d’asta di 18 milioni di euro con offerte minime a partire dai 13,5 milioni con rialzi non inferiori a 20mila euro. Insieme a Melegatti anche Nuova Marelli per dare la possibilità di fare offerte per un unico lotto che comprenda entrambe.

Per ora le aziende interessate sono circa una ventina e dovranno dare conferma della partecipazione all’asta entro il 27 luglio prossimo.

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logo_vvox_smallMelegatti all’asta, clausola per salvaguardare lavoratori

 

Pubblicata online l’asta che prevede la vendita del gruppo dolciario Melegatti. Sarà un unico lotto per entrambe le aziende, la prima in viale del Lavoro 2 dove si trova l’attività di produzione e commercio in proprio e anche per conto terzi di prodotti da forno, dolciari e simili, esercitata in San Martino Buon Albergo (VR) mentre la seconda in via Monte Carega 23 che ha per oggetto l’attività di produzione e commercio del “PANDORO MELEGATTI” e dei dolciumi in genere e affini, eesercitata in San Giovanni Lupatoto (VR).

La base d’asta è fissata a 18 milioni mentre l’offerta minima dovrà essere di 13,5 milioni e dovranno pervenire entro le 12 di venerdì 27 luglio. Uno dei vincoli è che «l’acquirente delle due aziende subentrerà in tutti i rapporti di lavoro subordinato in essere alla data di cessione». Clicca qui per leggere il bando.

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VERONASERAMelegatti, è partita l’asta per aggiudicarsi il gruppo industriale del pandoro

 

Il lotto è unico e comprende la vendita delle due aziende: la Melegatti di San Giovanni Lupatoto e la Nuova Marelli di San Martino Buon Albergo. Le offerte si possono presentare entro il 27 luglio

È stata pubblicata ieri, 26 giugno, sul sito delle vendite pubbliche del ministero della giustizia (lo si può consultare a questo link). È l’asta competitiva con cui è stato messo in vendita il fallito gruppo Melegatti. Il lotto è unico e comprende la vendita delle due aziende del gruppo: la Melegatti di San Giovanni Lupatoto e la Nuova Marelli di San Martino Buon Albergo. La prima è l’azienda che produce e commercializza il pandoro ed altri dolci simili con il marchio Melegatti, la seconda produce e commercializza in proprio e anche per conto terzi prodotti da forno.

La base d’asta per l’intero lotto è di 18 milioni di euro, più o meno due terzi per la Melegatti e un terzo per la Nuova Marelli. L’offerta minima è di 13 milioni e mezzo di euro e il rialzo minimo è di 20mila euro. I potenziali acquirenti potranno presentare offerte entro venerdì 27 luglio, mentre la data della vendita è stata fissata per il 30 luglio.

Al punto 2 del regolamento dell’aste viene esplicitato che chi dovesse aggiudicarsi l’asta “subentrerà in tutti i rapporti di lavoro subordinato in essere alla data di cessione”. Questo per tutelare i posti di lavoro. Tutela che è alla base anche della richiesta per l’esercizio provvisorio della sola Melegatti, in modo tale che una decina di dipendenti possano tornare in fabbrica per mantenerla attiva, mentre per gli altri possa essere attivata la cassa integrazione straordinaria.

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arenaDolciario. La Melegatti è in vendita Base d’asta di 18 milioni

 

Il giudice fallimentare ha autorizzato la procedura e la pubblicazione del bando. Il termine per presentare le offerte per l’intero gruppo è il 27 luglio. Venerdì in Regione l’incontro per la richiesta della Cigs

VERONA – Un unico lotto per vendere le due aziende del gruppo dolciario Melegatti. Il giudice delegato, Silvia Rizzuto, ha autorizzato ieri la procedura. I curatori, Lorenzo Miollo e Bruno Piazzola per Melegatti Spa, Maurizio Matteuzzi e Michelangelo Accettura per Nuova Marelli, avevano già predisposto lunedì il testo del bando che da poche ore è pubblicato sul portale delle vendite pubbliche del ministero della Giustizia, pvp.giustizia.it (consultabile al link abbreviato goo.gl/2uvpGA). Il giudice, vista l’istanza depositata dai curatori, ha convenuto, per ricavare il migliore realizzo dall’operazione, sul via libera alla vendita congiunta degli attivi dei due fallimenti. La base d’asta, stabilita sugli esiti della valutazione peritale, è stata fissata al prezzo di 18 milioni. Il 69,26% del valore è da imputarsi alla capofila, la spa che inventò il pandoro nel 1894; il rimanente 30,74% è attribuito a Nuova Marelli. IL LIMITE. Le offerte d’acquisto saranno efficaci solo se non scenderanno sotto la soglia dei 13,5 milioni, inferiore di un quarto rispetto al prezzo base. Dovranno pervenire entro le 12 di venerdì 27 luglio allo studio di Piazzola in via Scalzi 20, a Verona. I VINCOLI. Il bando, prima di entrare nel merito dei dettagli riguardanti la gestione della procedura precisa che «l’acquirente delle due aziende subentrerà in tutti i rapporti di lavoro subordinato in essere alla data di cessione». Una clausola che certifica l’attenzione del Tribunale e dei curatori alla salvaguardia dei posti di lavoro, un interesse esplicitato dai giudici fin dalla pubblicazione del testo della sentenza di fallimento. LE POSSIBILITÀ. In caso di offerta unica si procederà all’aggiudicazione se il prezzo inserito in busta chiusa risulterà pari o superiore alla base d’asta. In caso di offerente unico per un prezzo inferiore ai 18 milioni, occorrerà una valutazione approfondita. Se le offerte risultassero invece più di una, e questa è l’ipotesi più probabile, si procederà all’asta il 20 luglio, assumendo come base l’importo più elevato messo sul piatto. Da quella cifra inizierà la gara, con rilanci in aumento che non potranno essere inferiori ai 20mila euro. Con la pubblicazione dell’avviso di vendita nei tempi prefissati, i curatori stanno procedendo nel rispetto della tabella di marcia concordata con il Tribunale, in modo da poter consegnare agli acquirenti il gruppo dolciario in agosto, in tempo per far partire la campagna produttiva natalizia. Per riuscire nell’intento serve mantenere anche un nucleo di addetti pronti a tornare al loro posto rapidamente. Per questo proprio due giorni fa il Tribunale ha autorizzato l’esercizio provvisorio chiesto dai curatori venerdì, che consentirà il rientro di una decina di lavoratori nello stabilimento e permetterà di chiedere la cassa integrazione straordinaria per gli altri dipendenti di Melegatti. LA CIGS. Infine, venerdì mattina, a Venezia, è già stato fissato il tavolo con Unità di crisi, curatori e sindacati per la sottoscrizione dell’accordo che farà scattare la domanda della Cassa integrazione guadagni straordinaria da parte della Regione al ministero del Lavoro. (Valeria Zanetti)

L’ARENA DI VERONA

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Arena, conto alla rovescia il sindacato alza la voce ma la prima non rischia. Domani debutta Carmen. I politici e gli industriali attesi in platea

21.6.18

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VERONA – Vigilia con tensioni sindacali per la grande prima dell’Arena, domani sera alle 21 con la Carmen di Bizet. Ieri mattina il sindaco Federico Sboarina ha tenuto una lunga riunione coi rappresentanti sindacali dei lavoratori. Tra le maestranze, proprio in questi giorni, si era aperto anche un nuovo fronte polemico legato a questioni di ferie da riprogrammare e «riposi» da sostituire, ma evidentemente si tratta di temi secondari.

La questione vera, su cui si è svolta martedì un’assemblea al Teatro Filarmonico e su cui si è incentrato il confronto di ieri col sindaco, è quella più generale delle strategie della Fondazione (Piano Industriale) e delle prospettive di recupero e rilancio, rispetto ad una situazione finanziaria che continua ad essere pesantissima. Alcuni dei presenti, al termine della riunione, hanno ipotizzato anche un’ora di sciopero, oppure la possibilità di fare iniziare con un’ora di ritardo la prima della Carmen di domani sera. Ma la decisione è rapidamente rientrata, bloccata dagli stessi vertici sindacali. Da parte dei sindacati si lamenta comunque una mancanza di prospettive certe sia sul piano organizzativo di Fondazione, sia per quanto riguarda la programmazione, sia per quanto riguarda gli aspetti più squisitamente artistici del mondo areniano.

Da parte di Palazzo Barbieri (dove non si sono volute rilasciare dichiarazioni) si sottolineano la delicatezza del momento e la necessità di non fare gesti controproducenti per non rendere ancora più difficile il lavoro di «raccolta fondi» avviato in questi mesi dal sindaco Sboarina e che ha già ottenuto il rientro della Camera di Commercio nel Consiglio d’Indirizzo, l’arrivo di Cattolica Assicurazioni, la collaborazione molto «concreta» di Cariverona, mentre sarebbero in corso trattative anche con altri importanti soggetti economici (e si è parlato molto, ad esempio, di abboccamenti con il Banco Popolare). La Fondazione continua ad avere un debito calcolato attorno ai 28 milioni, mentre resta in sospeso la questione dell’arrivo dei 10 milioni di mutuo da parte del governo (ottenuti grazie alla legge Bray) e si lavora assiduamente al tema (anche questo fondamentale) dello stralcio del debito verso i fornitori, concordando con questi ultimi un pagamento parziale ma sicuro di quanto loro dovuto.

Cresce nel frattempo l’attesa per il grande appuntamento di domani sera, che vedrà molte personalità presenti in platea. Tra gli ospiti illustri, la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, il ministro della Famiglia, il veronese Lorenzo Fontana e il sottosegretario Mattia Fantinati. Accanto a loro, il mondo politico veronese quasi al completo, a partire ovviamente dal sindaco (che è anche presidente della Fondazione) affiancato da otto assessori. E poi l’ex sindaco Flavio Tosi, il vicepresidente del consiglio regionale, Massimo Giorgetti, i parlamentari veronesi Bonfrisco, D’Arienzo, Rotta, Zardini, Bendinelli, Ferro, Paternoster, Maschio, Turri e Zuliani. E ancora il Vescovo, monsignor Zenti e il Rettore dell’Università, Nicola Sartor.

Da fuori Verona arriveranno tra gli altri il presidente di Confindustria Veneto, Matteo Zoppas, Emma Marcegaglia, il presidente di Save, Enrico Marchi, quello di Assinform, Marco Gabriele Gay. Non mancherà, tra gli imprenditori di nome, lo sponsor areniano Sandro Veronesi, patron di Calzedonia. (Lillo Aldegheri)

CORRIERE DEL VENETO

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PANDORO AMARO – I dipendenti di Melegatti ad un passo dal licenziamento, mentre gli “stagionali” di Dal Colle vengono ulteriormente precarizzati

19.6.18        logo LLL

 

 

 

La verrtenza Melegatti entra in queste settimane in una fase davvero delicata.

Il tavolo in Regione, alla presenza dell’assessore al lavoro ElenaDonazzan è stato convocato per valutare le  possibilità di avviare il regime di esercizio provvisorio nelle due fabbriche, la Melegatti di San Giovanni Lupatoto e la Nuova Marelli di San Martino Buon Albergo.

La speranza è che le istituzioni, a partire proprio dalla Regione, si occupino, finalmente, del reperimento di finanziamenti atti a favorire l’attuazione della procedura.

La situazione debitoria, e quindi l’ assoluta mancanza di liquidità delle due realtà, racchiuse entrambe nel perimetro della società Melegatti, lascerebbe, in mancanza di aiuti esterni, poco margine ai curatori fallimentari che, per legge, non possono in nessun caso continuare la produzione aggravando ulteriormente i bilanci già disastrate di Melegatti.

Durante la sentenza di fallimento decretata dal giudice alla fine del mese di maggio, lo stesso giudice caldeggiò la soluzione dell’esercizio provvisorio, in attesa di un acquirente. La fattibilità della cosa è competenza dei curatori fallimentari, che proprio nei prossimi giorni dovrebbero rendere nota la loro posizione inviando al Tribunale una relazione.

L’esercizio provvisorio sarebbe, a questo punto, l’unica procedura che permetterebbe ai dipendenti di ottenere un amortizzatore sociale, come la cassa integrazione straordinaria, alimentando le speranze per il loro futuro lavorativo.

Numerose sono state le manifestazioni d’interesse confermate nei giorni scorsi, rispondendo alle sollecitazioni dei curatori fallimentari che vorrebbero presentare il bando d’asta entro la fine di questo mese, per poi definire l’acquisto ento il mese di lugio.

La nota stonata rispetto a questo tema, è data dal fatto che in realtà la maggior parte delle offerte non sono rivolte al settore produttivo, e quindi al rilevamento dei due stabilimenti produttivi, ma sono invece orientate all’acquisto del solo, storico, marchio.

La speranza è che la decisione ultima del Tribunale tenga ben presente il mantenimento della produzione, e quindi dei posti di lavoro. L’ opzione, magari più profittevole per gli acquirenti, ma che offre meno garanzie per i lavoratori e le lavoratrici, come la (s)vendita spezzatino, rispetto alla vendita della società nel suo complesso, non devono essere prese in considerazione perché rappresenterebbero l’ennesima presa in giro per chi, in questi lunghi mesi, ha provato in tutti i modi, ben più degli stessi litigiosi soci, a tenere viva Melegatti!

I lavoratori e le lavoratrici meriterebbero ben altra sorte rispetto a quella, plumbea, che va delineandosi. Sarebbe giusto, ad esempio, che fossero loro a rilevare l’azienda governandola in autogestione, ma, purtroppo, i padroni, le banche e gran parte dei politici, non hanno nessuna intenzione di sostenere esperienze simili, che allenterebbero il controllo sui processi produttivi, sul loro senso e sui loro obiettivi. Dinamiche simili, inoltre, costituirebbero un precedente per tutte quelle situazioni di crisi, (e sono molte) nelle quali i dipendenti sembrano dare maggiori garanzie nella gestione delle aziende rispetto agli imprenditori. La madre di tutte le paure, per chi incarna il sistema vigente,  è che si possa dimostrare che è possibile produrre anche applicando criteri di equità, e che le regole del mercato non siano poi così centrali e ineluttabili rispetto alle esigenze delle persone.

 

 

Restando sempre nel settore dolciario, va data la notizia di un nuovo attacco ai lavoratori e alle lavoratrici, peraltro già ventilato alla vigilia di Pasqua. Stiamo parlando della Dal Colle, produttrice di brioche, merendine ma anche di pandori, che vuole precarizzare una settantina di lavoratori e lavoratrici su centoquaranta. Si tratta dei cosidetti “stagionali”, che sarebbero costretti a lavorare sotto l’intermediazione delle cooperative, con tutto quello che ne consegue in materia di diritti e di salari. Secondo i sindacati confederali, che hanno proclamato lo stato di agitazione, l’intenzione non è giustificata. Difficile, infatti, sostenere che vi siano reali motivazioni legate a supposti perìodi di crisi; alla fine del 2017 Dal Colle era pronta a partecipare proprio al salvataggio di Melegatti sottoscrivendo una quota del 30% di capitale del veicolo finanziario messo a punto dal fondo maltese Abalone. Anche in questo caso, quindi, non si tratterebbe affatto di esigenze di bilancio, ma semplicemente della solita manovra per massimizzare i profitti facendone pagare i costi ai dipendenti. Ad ogni modo, andando a verificare altri precedenti, scopriamo che la stessa identica azione tesa alla precarizzazione dei lavoratori stagionali è stata intrapresa, nel 2013, proprio dalla concorrente Melegatti, ma è chiaro che tale terziarizzazione non ha influito minimamente sulla possibile salvezza dell’azienda!

 

Fonti:

15.6.18 arena Dolciario. Melegatti, vendita veloce per non perdere valore

15.6.18 arena Terziarizzazione. Lavoratori in agitazione alla Dal Colle

15.6.15 Logo-Corriere-del-Veneto- Tutti vogliono Melegatti (o il marchio). Trenta manifestazioni di interesse, ma da oggi si fa sul serio: i curatori vogliono le offerte vincolanti

L’Ispettorato nazionale del lavoro: «Amazon deve assumere 1308 precari»

14.6.18         CONTRO LA CRISI

 

 

 

Risultati immagini per amazonTutto è cominciato con lo sciopero del black friday. I sindacati chiedono un incontro

Amazon ha sforato le quote per l’uso di lavoratori somministrati e dovrà assumere 1.308 interinali che potranno chiedere la stabilizzazione dal primo giorno del loro utilizzo. L’Ispettorato nazionale del lavoro ha contestato alla società «Amazon Italia Logistica» di avere fatto ricorso a una quantità di «somministrati» superiore a quanto previsto dal contratto collettivo della logistica: 444 nel periodo da luglio a dicembre dell’anno scorso. L’indagine è iniziata il 7 dicembre 2017, dopo il primo storico sciopero del «Black Friday». Nessun rilievo è stato avanzato a seguito delle verifiche sui controlli a distanza dei lavoratori, un settore che ha attirato molte polemiche dopo la diffusione di un progetto sui «braccialetti elettronici».

«Affronteremo osservazioni ispettorato al più presto» ha assicurato Amazon che, in una nota, ha osservato: «Nel verbale di contestazione non è riportato il numero di contratti in somministrazione citato nei media e nel comunicato stampa dell’Ispettorato del Lavoro». L’azienda tiene molto a un’immagine di «datore di lavoro corretto e responsabile» e ricorda le seguenti cifre. Quando il centro di distribuzione di Castel San Giovanni (Piacenza) ha aperto nel 2011 impiegava 150 persone a tempo indeterminato. Oggi i contratti a tempo indeterminato «sono oltre 1.650 e tutti hanno iniziato con contratti in somministrazione convertiti in tempi indeterminati. Negli ultimi due anni le conversioni sono state 500 nel 2016 e 270 nel 2017. In questo caso sarebbero oltre 1.300. L’azienda si è impegnata ad «affrontare il problema nel modo più «rapido possibile».

L’ISPEZIONE, e il conseguente obbligo all’assunzione, ha riguardato uno degli aspetti più importanti dell’organizzazione di un’impresa come Amazon. Come tutte le organizzazioni del lavoro post-fordista, anche la mega-macchina del gigante del commercio on-demand e della distribuzione creata da Jeff Bezos , ricorre al lavoro somministrato, l’ex lavoro interinale, in base ai picchi di produzione e alla stagionalità delle richieste provenienti dal mercato. Nel periodo in discussione sono stati almeno tre i momenti di massima domanda della forza lavoro: il «Prime Day», 10 luglio; il «black Friday», venerdì 23 novembre; e poi, ovviamente, Natale. Il lavoro in somministrazione è un contratto che prevede tre soggetti: al centro c’è l’impresa utilizzatrice della manodopera a chiamata, assunta da agenzie autorizzate iscritte a un albo del Ministero del lavoro.

QUESTE AGENZIE «somministrano» i lavoratori – il terzo lato del triangolo – a seconda delle richieste dell’impresa richiedente. Due sono i contratti vigenti in questa relazione: il primo è stipulato tra utilizzatore e somministratore e ha natura commerciale. Può essere a tempo determinato o a tempo indeterminato. Il secondo contratto è tra somministratore e lavoratore. Può essere a tempo determinato o a tempo indeterminato. Il Jobs Act ha esteso tale contratto a qualsiasi ambito di attività e tipologia di lavoratori, con un solo limite di tipo quantitativo. Nel caso in cui la somministrazione ecceda il 20 per cento del numero dei lavoratori a tempo indeterminato (articolo 31), la legge considera i somministrati alle dipendenze dell’utilizzatore (articolo 38). Il caso Amazon sembra rientrare in questa fattispecie.

«È STATO CONFERMATO ciò che abbiamo denunciato più volte: l’iper-utilizzo del lavoro interinale. È una notizia molto importante» sostiene Fiorenzo Molinari (Filcams Cgil Piacenza). «Anche il nuovo lavoro, legato al digitale, ha dei limiti. E così si scopre che in molti casi il tasso di sfruttamento della forza lavoro è alto», aggiunge Tania Scacchetti (Cgil). Il sindacato ha chiesto un incontro ad Amazon e alle agenzie di somministrazione per regolarizzare la posizione dei lavoratori. L’esito dell’ispezione in Amazon sembra avere inaugurato un nuovo orientamento in Italia. A dispetto delle leggi esistenti, che hanno allargato il campo dell’applicazione del lavoro in somministrazione, il passo successivo da fare potrebbe essere quello di estendere i controlli su tutte le reti dell’appalto e del subappalto della forza lavoro. «È davvero grave che una multinazionale come Amazon abbia potuto fare ricorso a questi espedienti pur di fare profitti senza le giuste tutele per migliaia di lavoratori impiegati in un settore in grande espansione» sostiene Luigi Sbarra (Cisl).

 

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Automazione, disoccupazione e guerra tra poveri. Da Las Vegas a San Ferdinando

11.6.18                           CONTROPIANO

 

“Gli immigrati ci portano via il lavoro”… Questa stronzata viene ripetuta nelle interviste a caso prese per strada, nel pià sperduto paesino italiano (persino a San Ferdinando, in Calabria, dove solo dopo l’uccisione di Jacko Soumaila qualche “itagliano” ha scoperto di poter andare a raccogliere pomodori per 2,5 euro l’ora) come nelle periferie metropolitane degli Stati Uniti.

I decerebrati dalla televisione e dalla propaganda nazionalista nemmeno si accorgono – non glielo dice nessuno! – che la prima causa di disoccupazione sta diventando l’automazione. Se la prendono insomma con “gli africani” (da qualsiasi continente provengano) o con i chicanos, mentre un robot li sostituisce in poche ore.

Al fondo dell’”argomentazione” – si fa per dire – salvinian-trumpiana c’è un’idea del sistema economico come un cortile di galera: ci stanno tot posti, non uno di più, se arriva qualcun altro gli altri si devono stringere o esser fatti fuori. I dati – anche quelli statunitensi – dicono invece che “più immigrati” uguale aumento del Pil. E gli americani dovrebbero saperlo meglio di tutti, visto che su(llo sfruttamento de)ll’immigrazione hanno fondato il loro modello di vita e di successo.

Chiaro che se uno Stato non ritiene suo compito quello di promuovere l’occupazione, né degli “indigeni” né a maggior ragione dei nuovi arrivati, allora effettivamente si crea un corto circuito negativo, invece che positivo. La maggiore quantità di manodopera disponibile ha come unico effetto quello di abbassare il salario medio.

Ma è lo stesso ruolo che, su questo fronte, gioca l’automazione. Un robot sostituisce lavoratori in carne e ossa. Se l’economia non accelera nella stessa misura in cui il lavoro viene sostituito – o intorno a quella misura – ecco che l’occupazione svanisce, il salario di chi continua ad avere un lavoro cala, ecc.

Gli stati Uniti hanno una lunga tradizione di Stato estraneo alla creazione di lavoro – perlomeno dalla fine della stagione keynesiana – mentre l’Italia è quasi una new entry in questa immonda categoria. Del resto, l’Unione Europea vieta qualsiasi “aiuto di Stato”, ossia qualsiasi intervento attivo del “pubblico” nelle attività produttive, e i governi degli ultimi 30 anni – tutti – si sono adeguati alla grande.

Quinde da entrambe le sponde dell’Atlantico si assiste senza muovere un dito alla più gigantesca eliminazione di forza lavoro umana che si sia mai vista nella Storia. Con il bel risultato che i sostituiti o sostituendi, non potendo scomparire altrettanto velocemente – non ci sono più quelle “belle guerre di trincea” in cui gli uomini morivano a milioni – non sapendo con chi prendersela se la prendono con il primo che passa. Spesso proprio quello che viene indicato da mestatori senza scrupoli, criminali politici, reazionari con più o meno fiuto.

Ma quanto pesa la robotizzazione delle attività economiche? Dati scientifici ce ne sono ancora pochi, ma di certo l’industria automobilistica è uno dei luoghi dove questo processo è andato avanti fino a creare interi segmenti di produzione senza alcun intervento umano (giusto quello degli ingegneri informatici addetti al controllo dei programmi e qualche squadra di manutentori-riparatori quando l’hardware subisce un intoppo. Re-internalizzare queste industrie, come vorrebbe fare Trump, crea dunque ben poco occupazione rispetto ai 100 milioni di disoccupati cronici che affollano le priferie statunitensi.

Tanto più se, nel frattempo, l’automazione va conquistando comparti prima totalmente gestiti da personale umano: bar, ristoranti, alberghi.

Uno dei redattori economici di punta del Corriere della Sera si è occupato, per esempio, della robotizzazione dei bar di Las Vegas. Uno che non conosce quella realtà potrebbe immaginare qualche decina di robot che sostituiscono qualche centinaio di persone. Nulla di troppo drammatico, insomma…

E invece persino l’ultraliberista Massimo Gaggi è costretto a sorprendersi davanti all’eliminazione in un colpo solo di ben 50.000 posti di lavoro. Un capoluogo di provincia, nella dimensione italiana.

Gaggi, da neoliberista convinto, se ne occupa parlando – male, ovviamente – dello sciopero ad oltranza indetto da Bethany Kahn, la donna al comando della Culinary Union, il sindacato dei dipendenti dei casinò, in rivolta contro “l’innovazione” creata da un’azienda italiana (un tocco di nazionalismo non guasta).

L’ultimo sciopero ad oltranza risale a 34 anni fa, per dire di quanto una pratica del genere sia estranea al normale corso dei rapporti di lavoro negli Usa (in Italia è praticamente vietata, ormai, grazie agli interventi legislativi messi in campo dai governi berlusconiani e piddini). E Gaggi ci informa che, in realtà, l’automazione inarrestabile in mille campi di attività economica ha “ridato vita a rappresentanze sindacali che erano considerate in via d’estinzione”.

Ecco, proprio di questo bisognerebbe parlare. La triste fine dei sindacati concertativi, CgilCislUil, è un dato di fatto, anche se la Cgil medita di rinviare il decesso affidando – probabilmente – la segreteria generale all’ex barricadiero leader della Fiom, Maurizio Landini.

La dimensione dei processi di automazione è tale – negli Usa – da rendere molto più difficile l’innesco di una “guerra tra poveri”, perché chi ti sostituisce è un pezzo di ferraglia. E quindi l’autodifesa scatta immediatamente nei confronti dell’impresa (che i robot li compra). Dove invece i processi di produzione sono più arretrati, come in molti settori dell’economia italiana, c’è ancora il margine – per le carogne – per indicare nell’”uomo nero” il responsabile della tua disoccupazione, del tuo salario da fame, dei tuoi contratti precari.

La risposta è nel conflitto sociale e politico contro imprese e governo, naturalmente. Ci vediamo in piazza il 16, a Roma.

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Il crac dell’azienda dolciaria. Melegatti, tavolo in Regione con i sindacati

12.6.18      Logo-Corriere-del-Veneto-

 

 

VERONA – Oggi pomeriggio, a Venezia, riunione tecnica per delineare meglio quello che potrebbe essere il futuro di Melegatti. Al tavolo, convocato dall’assessore regionale al Lavoro Elena Donazzan, parteciperanno i curatori fallimentari dell’azienda, Bruno Piazzola e Lorenzo Miollo, assieme a quelli di Nuova Marelli Maurizio Matteuzzi e Michelangelo Accettura, le organizzazioni sindacali e forse anche i rappresentanti di Veneto Sviluppo. Tra i punti da definire c’è la possibilità o meno di dare avvio all’esercizio provvisorio di Melegatti (dossier su cui stanno lavorando i curatori) e quali possono essere le misure a tutela dei dipendenti al momento della scadenza della cassa integrazione. Si farà il punto anche sulle manifestazioni di interesse giunte con l’obiettivo di rilevare l’azienda dolciaria o, almeno, parti di essa. Ad oggi sono una quindicina quelle di cui si ha notizia. Domani, invece, i lavoratori si riuniranno in assemblea per decidere eventuali nuove strategie. (sam. nott.)

 

CORRIERE DEL VENETO

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IL FALLIMENTO DI MELEGATTI E LE SOLITE MELE MARCE

1.6.18

La vertenza Melegatti pare esser giunto il suo epilogo con il peggior risultato possibile.

Infatti martedi 29 maggio il Tribunale di Verona, accogliendo l’istanza di fallimento presentata dal Pubblico Ministero Alberto Sergio, ha decretato il fallimento della storica azienda dolciaria e della sua controllata Nuova Marelli di San Martino Buon Albergo.

A dire il vero, lo stesso Tribunale, solo due giorni dopo, ha riaperto le speranze permettendo il regime di esercizio provvisorio.

Le probabilità di un salvataggio in extremis sono comunque ridotte al minimo, sia per l’esposizione debitoria dell’azienda che dalla mancanza, ormai cronica, di liquidità, ma forse, e soprattutto, perché gli attuali soci, a giudicare dalle azioni fin qui messe in atto, o non messe in atto, sembra siano quelli che hanno meno volontà di salvare la fabbrica e i suoi dipendenti.

Si tratterebbe dell’ennesimo sito produttivo che, nel veronese, chiuderebbe pur in presenza di commesse e ordinativi.

La nostra solidarietà va alle lavoratrici, ai lavoratori e alle loro famiglie che, nonostante la caparbietà con la quale hanno provato, in questi lunghi mesi, a facilitare una soluzione, arrivando nei giorni scorsi a scrivere una lettera aperta al giudice che ha deciso sul loro futuro e su quello dell’azienda per la quale lavorano, o forse ormai lavoravano, chiedendogli di prendere seriamente in considerazione l’interessamento del fondo americano D.E. Shaw & C. Il suddetto fondo, scrivono i lavoratori, da più di un anno lavora alacremente per trovare una soluzione alla vicenda. In realtà, va ricordato che il piano messo a punto dal fondo pareva serio  e credibile ma, inspiegabilmente, a suo tempo è stato scelto di puntare sul fondo maltese Abalone. Si è quindi preferito optare su una soluzione temporanea (la campagna natalizia) piuttosto che su un’ipotesi più strutturata nel tempo. Il fondo Abalone, infatti, aveva chiarito che il suo interesse riguardava la campagna del pandoro per le festività natalizie, senza però dare ulteriori sicurezze per il futuro. Successivamente, lo stesso fondo maltese si era offerto, praticamente, di entrare in Melegatti con una quota di maggiornaza, che avrebbe scalzato dalla guida le due famiglie che, come moderni Montecchi e Capuleti, rivestono un ruolo di primaria importanza nell’assetto societario, conducendo una battaglia tra loro senza escluaione di colpi. Già allora, quindi, la vicenda avrebbe potuto risolversi positivamente, se vi fosse stato un passo indietro da parte degli innegabili responsabili del disastro. In fondo pare che le stesse ragioni stiano alla base dell’”inspiegabile” esclusione del fondo statunitense. Le richieste di quest’ultimo, infatti, non vertevano sulla ristrutturazione dell’azienda e non prevedevano il licenziamento di dipendenti, ma, cosa che agli attuali soci di Melegatti deve essere sembrata ben più grave, sull’allontanamento di tutti i soci di maggiornaza attuali.

Non siamo certo molto fiduciosi nei fondi di investimento, né sulle loro ricette, né sulle loro promesse. Normalmente è la loro stessa essenza che li porta a cercare il massimo profitto nel minor tempo possibile, proprio per redistribuire i profitti tra gli investitori. Molte volte tutto questo si traduce nel “taglio del costo del lavoro”, ossia nel licenziamento dei lavoratori. In questo caso, però, il fondo statunitense appariva come l’ultima spiaggia per sperare nella salvezza dei posti di lavoro.

Tutto questo ci offre la possibilità di demolire un luogo comune che da sempre prova ad ammantare di eticità un sistema economico che stritola le vite dei lavoratori e delle lavoratrici, spremendole all’impossbile per poi abbandonarle a sé stesse. Si tratta del supposto ruolo sociale dell’impresa, che, a dire il vero, ha perseguito il solo Adriano Olivetti. In realtà le imprese si stanno comportando sempre più spesso come sanguisughe che arrivano, succhiano persone e risorse dal territorio dando sempre meno in cambio, per poi delocalizzare o chiudere e lasciando spesso disastri ambientali che la stessa comunità deve affrontare con alti costi in salute e denaro.

Melegatti non ha, forse, causato danni ambientali da bonificare, e per più di un secolo ha dato lavoro, ricavandone in cambio enormi profitti, ma i suoi soci attuali dimostrano che la supposta eticità nell’impresa non esiste.

Chiediamo alle istituzioni, (che fino ad ora, al di là delle belle parole, hanno fatto ben poco), di ogni grado, di tutelare i dipendenti dell’azienda facilitando percorsi di ricollocamento, oppure, permetteteci la provocazione, assumendo sulle proprie spalle qull’eticità della quale parlavamo, rilevando la fabbrica gestendola assieme ai lavoratori.

Nello stesso tempo è necessario che i responsabili di questa, come di altre crisi aziendali dovute alla malagestione, vengano perseguiti proprio per il danno sociale creato.

Se l’esercizio provvisorio non approderà a nulla, è altamente probabile che si attuerà il metodo classico, secondo il quale la società verrà smembrata, per rivenderla pezzo dopo pezzo: il marchio, la Melegatti di San Giovanni Lupatoto, la Nuova Marelli di San Martino B.A. Ovviamente, vista la situazione, si tratterà di una svendita, e qualcuno si prenderà i ghiotti bocconi per un tozzo di pane, mentre ai responsabili del disastro verrà applicato il solito metodo, il “metodo Zonin”; nessuno di loro, alla fine, vedrà intaccati in modo serio i propri interesse, alla faccia dell’altro “pilastro” sul quale poggia il meccanismo “etico”- imprenditoriale; si tratta del rischio di impresa, una legge non scritta che spiegherebbe con il rischio dovuto all’investimento di capitali e alla loro possibile perdita la (sempre più forte) disparità tra gli enormi profitti dell’imprenditore e il magro salario di chi quella ricchezza produce fattiamente

 

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30.5.18 FONDAZIONE ARENA – L’ennesimo scontro con i sindacati – RASSEGNA STAMPA

30.5.18

 

Fondazione Arena, si legge nell’articolo de “L’Arena”, “non ha mai eluso le norme e gli accordi”. Forse qualcuno dovrebbe ricordare alla direzione l’art.7 del Piano Fuortes, quello stesso articolo che prevede che tutti i dipendenti di Fondazione Arena, seppure a rotazione e tenendo conto delle esigenze aziendali, siano sospesi dal lavoro per due mesi senza percepire il salario. L’articolo di quell’accordo, ad esempio, non è stato rispettato dalla direzione di Fondazione Arena, visto che in realtà non tutti sono stati sospesi. Siamo tutti uguali…ma qualcuno è più uguale degli altri! – Lavoratori e Lavoratrici in Lotta a Verona

 

RASSEGNA STAMPA

 

arena

Lirica. Fondazione Arena, si riapre lo scontro con i sindacati

 

 

I rappresentanti delle maestranze abbandonano il tavolo convocato per la presentazione del Festival 2019. Le organizzazioni: «Segnale forte per mancanza di confronto serio». La replica: «Si voleva anticipare il piano artistico del prossimo anno»

VERONA – Si avvicina l’inizio della stagione lirica che debutterà il 22 giugno e si alza la temperatura delle relazioni interne alla Fondazione Arena. La Fondazione ieri aveva convocato le organizzazioni sindacali alle 9 per fornire spiegazioni sul programma del prossimo anno. Trovando insoddisfacente la comunicazione i rappresentanti dei lavoratori hanno abbandonato il tavolo che tornerà a riunirsi oggi. «Non abbiamo mai eluso gli accordi e le norme» replica la Fondazione Arena «nella massima trasparenza». Ieri, dicono i sindacati in una nota, «su convocazione della Direzione, convocazione che non rispettava assolutamente il minimo della decenza di rapporto sindacale, le organizzazioni sindacali hanno deciso di abbandonare il tavolo, dando il segnale della loro totale contrarietà ad un meccanismo di relazioni che non si basa sul confronto ma su mere comunicazioni e che, nonostante ogni sforzo propositivo da parte sindacale, non può portare a nessun risultato positivo. Ne è esempio eclatante», dicono i sindacati, «la recente trattativa sulle assunzioni a termine del Festival, gravemente inficiata da un approccio confuso ed approssimativo. Va chiarito che la consegna della programmazione della stagione al Filarmonico (prevista dal vigente Contratto Integrativo entro il 31.5), elemento essenziale e rivelatore del modello Fondazione, è stata elusa dalla Direzione già con mail inviata nella giornata di ieri, e non vanificata dalla scelta odierna delle organizzazioni sindacali». I sindacati, nella loro nota congiunta, si dicono disponibili a riprendere le relazioni con la controparte su temi dirimenti come «la trattativa sulla pianta organica e il rinnovo del Contratto Integrativo Aziendale» a fronte «di un vero cambiamento di atteggiamento e di una reale volontà di confronto e di negoziazione a partire dall’incontro programmato per domani (oggi-ndr)». Immediata la replica della Fondazione Arena che contesta la ricostruzione dei sindacati e conferma che l’incontro di ieri era stato voluto «dal Sovrintendente per rendere partecipi i rappresentanti sindacali sul contenuto artistico del prossimo Festival con largo anticipo rispetto ai termini aziendali, abbiamo preso atto della volontà di non aver voluto dare seguito alla riunione pur essendo tutti presenti». La nota prosegue spiegando: «Ritenuto comunque che sia fondamentale e necessario informare le organizzazioni sindacali delle scelte artistiche e ciò sia nel rispetto degli impegni presi dalla Fondazione che nel rispetto reciproco delle buone relazioni, è stato ugualmente consegnato il piano artistico delle recite 2019». «Inoltre, -prosegue la Fondazione- in riferimento all’informativa sulla stagione invernale, comunichiamo che la normativa contrattuale aziendale non è mai stata “elusa” in quanto l’incontro è stato programmato il 30 maggio entro i termini aziendali che fissano la scadenza al 31 maggio». La nota conclude con un’apertura di confronto: «Confermiamo l’intenzione di proseguire un confronto trasparente con le organizzazioni sindacali tramite uno specifico tavolo tecnico il cui avvio sarà cura di Fondazione concordare con le stesse». Intanto, i rappresentanti sindacali parlano di «ennesima riprova del deterioramento di una logica di confronto sulla quale questa direzione farebbe bene a interrogarsi qualora si voglia ripristinare tra i lavoratori quel minimo di serenità che negli ultimi due anni ha portato risultati positivi».

L’ARENA DI VERONA

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logo_vvox_smallArena, scontro con Fondazione: sindacati abbandonano tavolo

 

 

Alla vigilia dell’apertura della stagione lirica a Verona il prossimo 22 giugno, è scontro tra i sindacati dei lavoratori areniani e la Fondazione. I rappresentanti delle categorie convocati ieri alle 9, hanno abbandonato il tavolo attorno a cui si doveva discutere del programma per l’anno prossimo. «Su convocazione della Direzione – si legge in una nota pubblicata dall’Arena a pagina 15 -, convocazione che non rispettava assolutamente il minimo della decenza di rapporto sindacale, le organizzazioni sindacali hanno deciso di abbandonare il tavolo, dando il segnale della loro totale contrarietà ad un meccanismo di relazioni che non si basa sul confronto ma su mere comunicazioni e che, nonostante ogni sforzo propositivo da parte sindacale, non può portare a nessun risultato positivo».

«Ne è esempio eclatante – continuano i sindacati – la recente trattativa sulle assunzioni a termine del Festival, gravemente inficiata da un approccio confuso ed approssimativo». Le categorie, nella loro nota congiunta, si dicono tuttavia disponibili a riprendere le trattative con la controparte su sulla pianta organica e sul rinnovo del Contratto Integrativo Aziendale a fronte «di un vero cambiamento di atteggiamento e di una reale volontà di confronto e di negoziazione». Le parti torneranno ad incontrarsi oggi.

Vvox

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L’ULTIMA OCCASIONE – Rassegna stampa 24.5.18 – VERTENZA MELEGATTI

RASSEGNA STAMPA

 

 

arenaMelegatti, resta l’attesa sul piano di salvataggio

 

 

Va.Za.

Situazione cristallizzata: non risulta una proposta

 

Manca ancora una manciata di ore all’udienza fissata dal Tribunale di Verona per sciogliere il nodo della crisi Melegatti. L’appuntamento è per domani, in tarda mattinata, alla Mastino. La situazione sembra cristallizzata al 7 maggio. Allora i giudici che hanno in carico la procedura, esaurito il periodo di tutela di 120 giorni, concesso a partire dal 7 novembre scorso poi prorogato di altri 60 giorni, avevano preso atto che la società dolciaria non era stata in grado di produrre una proposta di concordato, indicando un partner finanziario che la accompagnasse nel percorso di risanamento debitorio. Il giorno dopo però i rappresentanti del fondo americano De Shaw & Co, con una delegazione dell’azienda di San Giovanni Lupatoto, presente la presidente Emanuela Perazzoli, si erano presentati in Tribunale assicurando l’impegno per presentare a stretto giro un piano dettagliato di salvataggio. Ad oggi non risulta che i giudici abbiano ricevuto nulla. Si sa che fondo e proprietà stanno ancora lavorando e che trattativa e passaggio di documentazione ed informazioni tra le parti non sono stati sempre lineari. Si attendono sviluppi. La situazione è logorante soprattutto per lavoratori e sindacati, alle prese con aggiornamenti non sempre attendibili. «Vi ricordiamo», scrivono Paola Salvi, Maurizio Tolotto e Daniele Mirandola di Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil in un comunicato rivolto agli addetti, «che è in capo all’azienda la responsabilità di depositare la domanda di concordato e che il Tribunale ha concesso tutto il tempo disponibile per permettere alla società di completare l’operazione. Il problema vero è ancora l’attuale proprietà». Se entro poche ore la proposta non sarà nella disponibilità dei giudici, si arriverà all’udienza in cui questi ultimi decideranno se restituire la società nella disponibilità della proprietà, che dovrà vedersela con i creditori. O, se decretarne il fallimento in presenza di eventuali istanze.

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Logo-Corriere-del-Veneto-VERTENZE. Domani l’udienza fissata dal Tribunale per il nodo della crisi

 

 

Melegatti, l’ennesimo D-day piano di concordato entro oggi

Decisiva l’intesa tra soci e fondo Usa, che finora però non è emersa

Samuele Nottegar

 

VERONA Ultimo giorno di speranza, ultime ore. Se il fondo di investimento americano D. E. Shaw & Co e i soci di Melegatti hanno raggiunto un accordo è questo il momento di concretizzare il loro impegno in una domanda di concordato, completa del piano, da depositare in tribunale. Perché altrimenti sarà troppo tardi. Domani mattina, infatti, è fissata l’udienza chiamata a sancire l’inammissibilità della prima domanda di concordato: solo nel caso in cui una nuova domanda verrà depositata (stavolta però comprensiva del piano) prima dell’udienza ci sono speranze di salvezza per la storica azienda dolciaria, in alternativa le porte del fallimento sono destinate ad aprirsi.

Fino a ieri pomeriggio, nulla era stato depositato da parte di Melegatti nella cancelleria del tribunale, ma più voci confermavano un impegno da parte dei soci e del fondo a trovare un accordo capace di dare un futuro all’azienda che nel 1894 ha inventato il pandoro. La speranza, quindi, è sempre la stessa: che queste ultime ore frenetiche servano ad evitare il fallimento di Melegatti e a garantire, in qualche modo, il posto di lavoro alla settantina di dipendenti rimasti. Ma se la domanda non venisse depositata o se il collegio dei giudici presieduto da Silvia Rizzuto non ritenesse il piano adeguato, allora per Melegatti la situazione diventerebbe davvero insostenibile. Non sarebbe fallimento immediato, perché questo avviene solo in presenza di un’istanza depositata (e per adesso non ne sono giunte in tribunale), ma sarebbe ormai solo questione di giorni, forse di ore. Perché in assenza di un concordato che protegge la società dalle richieste dei creditori, sono legittimati a presentare istanza sia i creditori che la stessa procura, anche nel corso dell’udienza di domani: in entrambi i casi ai giudici non resterebbe altra scelta che dichiarare il fallimento dell’azienda ultracentenaria.

Va ricordato, però, che la situazione di Melegatti ha superato la soglia critica lo scorso 7 maggio, quando la società non era stata i grado di presentare alcun piano di concordato dopo sei mesi dalla richiesta. Il 7 novembre, infatti, scorso era stata depositata domanda «in bianco» confidando nel supporto del fondo maltese Abalone. Grazie al finanziamento del fondo era stata realizzata la mini campagna di Natale e si era gridato al miracolo. Ma già a metà dicembre si era capito che qualcosa non andava e che le tensioni tra soci Melegatti e fondo impedivano il passaggio delle quote di controllo. Una situazione che si è fatta sempre più tesa fino a naufragare definitivamente a inizio febbraio. È stato allora che si è fatto avanti Fabrizio Zanetti, giovane amministratore delegato di Hausbrandt, intenzionato a creare un polo del gusto made in Veneto, unendo dolci e caffè. L’azienda di Nervesa della Battaglia era pronta a investire 12 milioni di euro nel rilancio di Melegatti, ma anche questa volta l’accordo non è stato trovato. Nel frattempo, la due diligence ha accertato che i debiti dell’azienda dolciaria sono ben superiori alla trentina di milioni ipotizzati e questo è stato uno scoglio insormontabile per concludere l’operazione. Quindi, il 7 maggio, Melegatti non ha presentato il piano e i soci, allora, hanno puntato tutto sulla partnership con gli americani di D. E. Shaw. L’unica speranza è che, in queste poche settimane, il fondo e Melegatti siano riusciti là dove gli altri hanno fallito e che domani il piano di concordato sia messo a disposizione dei giudici.

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VERTENZE. Arrivata ieri ai dipendenti la comunicazione con un piano di incentivazione volontaria

23.5.18

 

arenaInfracom, i fondi smobilitano «Sede a Milano o dimissioni»

I sindacati: «Un fulmine a ciel sereno», una mossa che non era attesa

Luca Fiorin

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Infracom, l’azienda che si occupa di reti di comunicazione e telefonia la cui sede centrale si trova a Verona sud, in piazzale Europa, è pronta a sostenere economicamente i dipendenti disponibili a dimettersi e, secondo qualcuno, si preparerebbe a trasferire molte attività a Milano.Quello che i rappresentanti sindacali definiscono come un «fulmine a ciel sereno» si è verificato ieri. Ai dipendenti, infatti, è arrivata una comunicazione che descrive per filo e per segno un piano di incentivazione volontaria ai quali essi possono o meno aderire. Un documento che nessuno si aspettava di trovarsi sotto il naso, nel quale si spiega che tutti i dipendenti possono risolvere volontariamente il proprio rapporto di lavoro, anche se l’azienda è libera di concedere o meno l’esodo. Infracom – anzi Irideos, che è il nuovo polo italiano delle telecomunicazioni di cui l’azienda veronese sta entrando a far parte – non intende infatti svuotare l’azienda, ma, pur riducendo il personale, tenere alle proprie dipendenze le risorse che le dovrebbero permettere di restare competitiva sul mercato.Come si diceva, la mossa della proprietà non era attesa. Tanto che c’è chi arriva a definirla come un’azione che esula dai corretti rapporti sindacali. Mario Lumastro, di Filt Cgil, spiega infatti che «non c’è stata nessuna concertazione» e che «è stata presa un’iniziativa che non è rispettosa dei lavoratori». «Infracom già viene da una storia piuttosto difficile, visto che dai quasi 500 dipendenti di pochi anni fa si è passati agli attuali circa 300, ed ora questa nuova iniziativa crea davvero molta preoccupazione, al di là delle considerazioni sulla forma», aggiunge Lumastro. «Non c’è nessun licenziamento ma solo dimissioni individuali con incentivi importanti, fino a 18 mensilità, sul resto attendiamo notizie ufficiali», dice invece, in tono più attendistico, Giovanni Mannozzi di Fit Cisl.Infracom è attiva dal 1999 nel settore delle telecomunicazioni, anche se ha assunto il suo nome attuale nel 2003, con l’acquisizione di Autostrade Tlc. Dopo acquisizioni e fusioni, avvenute negli anni successivi, nel 2016 è entrata in Abertis, il gruppo spagnolo che ha la maggioranza in A4 Holding, che però lo scorso anno l’ha ceduta a 2iFiber. Una società formata dai fondi F2i e Marguerite. Si tratta di una realtà che ha 12.000 chilometri di dorsali di telecomunicazioni, di cui 9.000 con fibra ottica, e tre data center. Di questi uno è a Verona e due si trovano in provincia di Milano, a Caldera ed Assago. Proprio Milano, secondo Lumastro, potrebbe essere la destinazione dei dipendenti veronesi che decideranno di aderire alla parte del piano di incentivazione volontaria che prevede l’adesione ad un programma di outplacement per il quale sono previste agevolazioni economiche quasi uguali a quelle per gli esodi, inferiori ad esse di una sola mensilità. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Euronics in crisi. Una quindicina i posti di lavoro a rischio nel veronese

23.5.18

 

VERONASERAPotrebbero essere messi in mobilità cinque dipendenti del negozio di Corso Venezia oltre a quelli impiegati nel magazzino di Castel d’Azzano

 

 

È in programma lunedì prossimo, 28 maggio, a Roma il tavolo di confronto tra i vertici dell’azienda Euronics e le parti sociali. Non accenna a diminuire, infatti, la crisi nel settore del commercio dell’elettronica. Verona ha già vissuto la chiusura del Trony di via Cappello, con 35 lavoratori messi in mobilità. Ma anche i dipendenti di Euronics sono a rischio, dato che l’azienda ha da tempo aperto una procedura collettiva di mobilità. Nel veronese sarebbero una quindicina i lavoratori di Euronics a rischio, come segnalato da TgVerona. Potrebbero perdere il lavoro cinque dipendenti del negozio di Corso Venezia, oltre a quelli che operano nel magazzino di Castel d’Azzano.

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Lavoro, allerta infortuni mortali: la Regione vara un piano per la sicurezza

22.5.18

 

VERONASERA“Siamo di fronte ad un vero e proprio ‘bollettino di guerra’”, ha detto Luca Zaia al tavolo istituzionale riunitosi a Palazzo Balbi. Verona intanto si piazza al secondo posto di questa triste graduatoria

 

 

Controlli più frequenti nelle aziende da parte dei Servizi di prevenzione igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro, interventi ‘educativi’ degli ispettori Spisal più che repressivi, un filo diretto tra Spisal e rappresentanti sindacali della sicurezza, più formazione per i lavoratori e gli imprenditori, maggiori investimenti nella salute e nella sicurezza dei luoghi di lavoro sia nella contrattazione aziendale e territoriale sia nella tecnologia, che può essere una preziosa ‘alleata’ per evitare l’uso improprio di macchine e attrezzature, un monitoraggio sincronizzato e costante degli incidenti e delle loro dinamiche delle cause, perché solo così si riesce ad intervenire in modo adeguato: sono alcune delle proposte emerse lunedì al tavolo istituzionale, convocato dal presidente della Regione Veneto, a palazzo Balbi, su prevenzione e contrasto agli incidenti nei luoghi di lavoro.

“Il Veneto non è all’anno zero in tema di salute e sicurezza sul lavoro, gli infortuni sul lavoro sono scesi dai 70.961 dei primi anni Duemila ai 34.674 del 2016 – ha ricordato il presidente del Veneto – ma gli ultimi gravi casi di cronaca ci impongono di non abbassare la guardia. Siamo di fronte ad un vero e proprio ‘bollettino di guerra’: 170 morti sul lavoro dal 2015 ad oggi, già 24 dall’inizio dell’anno sino a metà maggio, di cui quasi metà tra agricoltura ed edilizia. Con un tasso di 18,87 incidenti per mille lavoratori nell’ultimo triennio il Veneto è alle spalle di altre regioni ad alta densità aziendale come l’Emilia Romagna, l’Umbria e la Toscana; ma supera di due punti la media nazionale. La sicurezza sul lavoro è un tema di civiltà che non può lasciare nessuno indifferente: in gioco c’è il valore del lavoro e dei lavoratori. Investire in sicurezza vuol dire dare dignità alle persone che lavorano e rendere più efficiente l’intero sistema economico.

Dagli ‘stati generali’ del mondo del lavoro – ha sottolineato – mi aspetto proposte utili e indicazioni per elaborare un piano di azione sistematico e coordinato, da condividere a ogni livello, tra istituzioni pubbliche e servizi, sindacati, associazioni datoriali e di categoria, autonomie locali”.

La più colpita dagli incidenti mortali sul lavoro è risultata essere la provincia di Vicenza (40 episodi), seguita da Verona (29) e Treviso (26). Le vittime in prevalenza sono di sesso maschile (167) sopra i 51 anni (65,3%), spesso pensionati (25,3%) e italiani (81,7%), lavoratori regolari a tempo indeterminato (35%). Nel 30% dei casi tratta di coltivatori diretti, nel 7% di datori di lavoro e nel 5.8% di lavoratori autonomi.

A stendere un primo ‘canovaccio’ su cosa si può fare concretamente sono state le segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil, presentando un documento congiunto al tavolo regionale che indica alcune priorità, a partire dal rafforzamento degli Spisal, con “un piano straordinario di assunzioni” e dal potenziamento del programma regionale epidemiologia occupazionale. I sindacati hanno messo sotto la lente, inoltre, il meccanismo degli appalti e la frammentazione dei contratti di lavoro, nonchè la necessità di rilanciare gli investimenti delle imprese nelle nuove tecnologie e nella formazione dei lavoratori. Invitano inoltre a rendere permanente il tavolo regionale, al fine di avere una regìa unica tra i diversi soggetti impegnati nella prevenzione, controllo e formazione.

“Invito tutti gli enti coinvolti a valutare attentamente il documento proposto dai sindacati e a formulare emendamenti e integrazioni – ha tirato le fila il presidente della Regione Veneto, che ha dato a tutti i convenuti appuntamento “tra una settimana”, per mettere in campo interventi operativi, chiedendo anche di verificare “se siano necessarie ulteriori norme” a favore della prevenzione e della sicurezza.

L’appello del presidente e le proposte sindacali hanno raccolto sin d’ora le prime condivisioni e sottolineature. Se per il presidente di Ance Veneto Giovanni Salmistrari occorre investire nella mappatura dei cantieri esistenti con misure di controllo che prevedano le “notifiche preliminari” e la vigilanza sull’applicazione del contratto dell’edilizia, per il ‘numero uno’ di Confartigianato veneto, Agostino Bonomo, serve più coordinamento tra istituzioni negli interventi di controllo. Dal canto suo, il mondo agricolo, il più esposto in assoluto al rischio di incidenti mortali, con Luigi Bassani, direttore di Confagricoltura Veneto, ha sollecitato un ruolo di vigilanza persuasiva degli Spisal: “Non servono sanzioni più pesanti – ha chiarito – sono più efficaci controlli frequenti e reiterati, ad alta probabilità”. “La tecnologia può aiutare molto in agricoltura – ha aggiunto il direttore di Coldiretti, Alberto Bertin – per esempio evitando ai conducenti di disabilitare la barra di sicurezza sui trattori che ne evita il ribaltamento”. Confindustria Veneto, rappresentata da Gabriella Chiellino, ha richiamato le ‘buone prassi’ nella formazione per settore di produzione e nella scuola anche attraverso i progetti di alternanza scuola-lavoro, e ha invitato a riattivare il Comitato regionale di coordinamento; Andrea Polelli di Cna ha raccomandato percorsi di formazione ‘su misura per le microimprese. Il sindaco di Valeggio sul Mincio, Angelo Tosoni, vicepresidente dell’Anci Veneto, ha richiamato la responsabilità delle istituzioni pubbliche e degli enti locali nell’affidare gli appalti: “Il massimo ribasso non si coniuga con il rispetto della sicurezza”, ha affermato. Per il mondo delle cooperative, “vittime della concorrenza” (come ha ricordato Ugo Campagnaro di Confcooperative), bisogna investire anche i committenti, cioè supermercati e imprese, della responsabilità di garantire sicurezza e salute ai lavoratori delle imprese subappaltatrici. Per la direttrice dell’Inail Veneto, Daniela Petrucci, investire nella cultura del lavoro e nella sicurezza ‘paga’: “Il costo della mancata sicurezza vale il 4 per cento del Pil– ha ricordato – Le imprese che investono nel migliorare le condizioni di lavoro dei loro lavoratori sono le più performanti”.

Il tavolo, presidiato oltre che dal presidente del Veneto dagli assessori e dirigenti regionali alla Sanità, al Lavoro e al Sociale, sarà riconvocato entro fine mese.

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Maestre in protesta sotto l’Arena contro i licenziamenti forzati

22.5.18       PANTHEON

 

 

 

Protesta ieri del coordinamento diplomati magistrali di Verona. Le maestre che rischiano il licenziamento a fine giugno hanno manifestato davanti all’Arena di Verona nella speranza di cancellare la sentenza del Consiglio di Stato che elimina dal ruolo i docenti che entro il 2002 hanno ottenuto l’abilitazione all’insegnamento.

In tutta Italia sono circa 43.600 le maestre che rischiano il licenziamento secondo la sentenza del Consiglio di Stato che sancirebbe l’eliminazione dalla graduatoria ad esaurimento delle maestre con diploma magistrale conseguito prima del 2001-2002. E ieri una rappresentanza veronese ha protestato contro questo provvedimento presidiando l’Arena, sperando di “smuovere le acque” entro fine giugno, mese al termine del quale sono previsti i licenziamenti.

La manifestazione, organizzata dal coordinamento diplomati magistrali di Verona, fa seguito a quello delle scorse settimane in cui le maestre hanno protestato con lo sciopero della fame. La sentenza andrebbe a coinvolgere non solo gli “eterni precari” ma anche i maestri di ruolo assunti a tempo indeterminato.

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Vertenze. Unilever, primo accordo sugli esuberi

22.5.18

arenaDieci ore di trattativa tra sindacati e azienda in Confindustria per una bozza da sottoporre ai lavoratori. Forse ridotto il numero. Domani le assemblee a Sanguinetto per tornare al tavolo venerdì

 

VERONA – Oltre dieci ore di trattativa sfibrante in Confindustria, ieri, con i sindacati impegnati a tentare di salvare con le unghie quanti più posti di lavoro possibile in Unilever. Le parti hanno chiuso il tavolo poco prima delle 21 con un’ipotesi di accordo ancora da perfezionare sul alcuni punti, ma abbastanza delineata, che verrà sottoposta ai lavoratori domani nelle tre assemblee, convocate nello stabilimento di Sanguinetto. Saranno loro a dare mandato alle sigle di proseguire nel confronto con l’azienda per arrivare a sottoscrivere un accordo che chiuda la crisi nel corso dell’appuntamento già fissato nel pomeriggio di venerdì, sempre nella sede degli industriali scaligeri. Oppure saranno sempre loro a scegliere di mandare all’aria il tavolo, nel caso non ritenessero accettabili le condizioni della bozza di intesa. La giornata di ieri è stata lunga e logorante. È iniziata a Sanguinetto con lo sciopero, indetto giovedì scorso da Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil, al termine di un confronto con l’impresa che non aveva portato significativi passi avanti. Una rappresentanza di lavoratori, in mattinata, in piazza Cittadella, a Verona, ha manifestato davanti alla sede di Confindustria, dove era ripartito il tavolo. All’ordine del giorno ancora il numero degli esuberi, la possibilità di procedere subordinando i licenziamenti alla volontarietà dei lavoratori, la flessibilità spinta su cui i vertici dell’impresa hanno insistito fin dall’inizio della trattativa. Pare che in serata, il numero dei lavoratori per cui chiedere la mobilità sia stato leggermente ritoccato al ribasso, ma sui dettagli dell’ipotesi di accordo i sindacati non vogliono sbottonarsi. «Prima occorre parlarne in assemblea», dicono Stefano Facci, Andrea Meneghelli e Samuele De Carli rispettivamente di Flai, Fai e Uila. Non resta quindi che attendere il responso dei dipendenti, su una vertenza che si è aperta a metà aprile con la comunicazione da parte della branca italiana della multinazionale anglo-olandese dell’apertura della procedura di mobilità per 42 addetti. Forse la soluzione potrebbe arrivare in settimana, in tempo utile per una conclusione definita tra le parti, giusto in tempo per non far deragliare la vertenza in ambito istituzionale. (Va.Za.)

L’ARENA DI VERONA

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