Melegatti, Abalone ai soci: «Senza firma all’accordo quadro niente produzione di Pasqua»

 

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18.1.18

 

Il fondo: «Confermiamo il nostro impegno». Dal Colle investe 1,8 milioni

Articolo di di Samuele Nottegar

VERONA Nessun passo indietro. Nessuna deroga agli impegni presi. In un colpo, Abalone Asset Management prova a spazzare via i dubbi che si sono insinuati in questi giorni di assoluta immobilità in Melegatti. Ma conferma che c’è uno scoglio da superare. Visto il protrarsi dell’attesa per una ripartenza produttiva che tarda ad arrivare, le voci di contrasti tra la proprietà e il fondo e, addirittura, di un cambio nel partner finanziario si sono fatte insistenti, ma Riccardo Teodori, fund manager di Open Capital che è gestito da Abalone Asset Management, smentisce che sul tavolo ci siano opzioni del genere. «Noi confermiamo il nostro impegno – chiarisce – perché è un impegno che abbiamo preso ufficialmente in tribunale lo scorso 20 novembre. Non siamo a conoscenza di altri interessati, ma da parte nostra non possiamo far altro che confermare l’impegno assunto». A conferma delle sue parole c’è il fatto che il fondo ha già versato nel veicolo Ocpev1 Ltd, creato per sostenere l’investimento in Melegatti, la propria quota per un valore pari a 4,2 milioni di euro. Il rimanente 30%, per un ammontare complessivo del veicolo di 6 milioni, è stato sottoscritto da Dal Colle Industria Dolciaria che rappresenta il partner industriale dell’operazione.

 

La campagna pasquale

 

Il ritardo nell’avvio della campagna pasquale, quindi, non sarebbe imputabile al fondo. «Il management di Melegatti – illustra Teodori – ci ha sottoposto il piano di Pasqua, ma la ripartenza è legata alla sottoscrizione dell’accordo quadro con i soci. Noi abbiamo avuto la garanzia che il nostro finanziamento, in toto o in parte, sarà convertito in capitale di maggioranza. Ma finché non c’è l’accordo, la produzione non parte». Per quanto riguarda le tempistiche, dipendono dalle decisioni dei soci di Melegatti che, proprio domani, si riuniranno in un’assemblea, a questo punto, decisiva per il futuro della centenaria azienda dolciaria scaligera. «I legali dei soci – conferma il manager – hanno già in mano il documento e, per quel che ci riguarda, l’auspicio è che l’assemblea si riunisca per prendere atto della ratifica dell’accordo quadro. Questo perché ogni giorno che l’azienda sta ferma perde mercato, linearità produttiva e forza competitiva». Se però, davvero, domani l’assemblea ratificasse l’accordo quadro tra società e fondo, per Melegatti significherebbe la svolta.

 

Il piano

 

I professionisti, nel frattempo, stanno già guardando al passo successivo, cioè alla presentazione del piano di ristrutturazione del debito che, entro inizio marzo, va depositato in tribunale. «Si sta già lavorando – chiarisce Teodori – a quel piano, nei confronti del quale sono concentrati i nostri sforzi». Alla sua redazione stanno collaborando Maurizio Belli di Financial innovation team, in qualità di advisor finanziario, assieme ai professionisti storici della società, l’avvocato Fulvio Cavalleri e Giambruno Castelletti. Nel frattempo, i dipendenti di Melegatti hanno deciso in assemblea che attenderanno l’incontro in prefettura di martedì prossimo, prima di manifestare in strada. Giovedì, quindi, nessun presidio davanti allo stabilimento di San Giovanni.

 

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Melegatti in stato di agitazione. A rischio la campagna di Pasqua

12.1.18                                                             Risultati immagini per IL SOLE 24 ORE

di B.Ga.

RASSEGNE STAMPA INERENTI MELEGATTI

 

Non ha avuto esito positivo l’incontro programmato ieri sulla vertenza Melegatti. Le Organizzazioni sindacali – Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil – hanno incontrato, nello stabilimento di S. Giovanni Lupatoto, l’ing.Sergio Perosa, subentrato in sostituzione di Luca Quagini con il ruolo di nuovo direttore e con piene deleghe di gestione dell’azienda.
«L’appuntamento era importante, non solo per conoscere Perosa, ma soprattutto per avere notizie e aggiornamenti sugli impegni prossimi e imminenti aziendali e sulle questioni specifiche legate ai dipendenti, come il pagamento puntuale delle loro retribuzioni – scrivono le tre sigle sindacali -. Per questo avevamo espressamente chiesto di avere la presenza al tavolo anche del dott. Castelletti, dei due Commissari del Tribunale e di una figura in rappresentanza del Fondo finanziario, per avere chiara la fotografia della tempistica della Campagna di Pasqua, notizie sull’accordo quadro tra vecchia proprietà e Fondo e per avere garanzie sull’occupazione degli stagionali».
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RASSEGNA STAMPA IN CONTINUO AGGIORNAMENTO

Melegatti, i sindacati: “Vogliamo chiarezza!

 

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18.1.18 Logo-Corriere-del-Veneto- Melegatti, Abalone ai soci: «Senza firma all’accordo quadro niente produzione di Pasqua»

16.1.18 verona-news Aeroporto Catullo – Approfondimenti e riflessioni sull’inchiesta – Episodio 2

15.1.18 verona-news Aeroporto Catullo – Approfondimenti e riflessioni sull’inchiesta – Episodio 1

15.1.18 foodweb.it Dal Colle entra in Melegatti

13.1.18 RASSEGNA STAMPA – LA VERTENZA MELEGATTI

 

Logo-Corriere-del-Veneto- prefettura chiesto dai sindacati: «Per fare chiarezza». Già in ritar…

 

12.1.18 Risultati immagini per IL SOLE 24 ORE Melegatti in stato di agitazione. A rischio la campagna di Pasqua

9.1.18  RASSEGNA STAMPA

9.1.18 arena Regione. Siglato l’accordo: i forestali veneti passano all’Avisp. Contratti per quasi 600 addetti. Saranno confermati i contratti a termine e integ…
8.1.18 VERONASERA I maestri in sciopero trovano il sostegno di Zaia: “Insegnare è una vocazione”

 

4.1.18 1000 MAESTRI A RISCHIO LICENZIAMENTO A VERONA – Lo decide una sentanza del Consiglio di stato

 

1.1.18 VERONASERA Bando per il trasporto pubblico, PD e Verona Civica: “Scontenta tutti”

 

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29.12.17 Risultati immagini per ORIZZONTE SCUOLA Alternanza scuola-lavoro, protocollo di intesa Miur-banca d’Italia

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24.12.17 CONTRO LA CRISI Pubblico impiego, ed ora il Governo tenterà di estendere l’elemosina a tutti gli altri dipendenti, ma c’è il nodo della scuola e della ricerca

24.12.17 CONTRO LA CRISI C’è chi dice no. La rivolta della casa editrice E/O allo strapotere di Amazon. Il testo della lettera dei fondatori

 

 

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9.1.18 SCIOPERO MAESTRE/I – RASSEGNA STAMPA

RASSEGNA STAMPA

 

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IL REBUS ISTRUZIONE. SCIOPERO MAESTRE, BOOM DI ADESIONI

 

Record di partecipazione alla protesta contro la sentenza del Consiglio di Stato. Quasi 200 docenti veronesi alle manifestazioni nazionali. Una su tre ha aderito all’agitazione, poco meno di 300. Disagi in molte scuole. A San Massimo resta a casa metà degli alunni
VERONA – Record di adesioni al primo sciopero dell’anno, quello organizzato ieri contro la discussa sentenza del Consiglio di Stato che ha tagliato fuori dalle graduatorie a esaurimento (il canale per ottenere il posto di ruolo) le maestre e i maestri con diploma magistrale, condannandoli alla precarietà. A Verona sono un migliaio i docenti che rischiano di tornare a fare i supplenti dopo quasi vent’anni di servizio. Solo alla scuola primaria ce ne sono 800. E secondo le stime dei sindacati, ieri uno su tre ha scelto di incrociare le braccia. Anche se all’ex provveditorato sono più cauti: «Non avremo il dato certo prima di domani (oggi, ndr). Per la gestione degli eventi, i docenti si interfacciano direttamente con la scuola» anticipa il dirigente dell’Ufficio scolastico, Stefano Quaglia. Mentre sono stati almeno 150, ma qualcuno dice addirittura 200, quelli partiti in trasferta per manifestare sotto le finestre degli Uffici scolastici regionali di Milano e Venezia, e a Roma davanti al Ministero dell’Istruzione in viale Trastevere. Poco dopo le 7 ha preso il treno per la capitale il gruppo più corposo, 72 agguerrite maestre con gli striscioni arrotolati sotto il braccio e «quell’inconfondibile ruga in mezzo alla fronte, segno di anni di fatiche e preoccupazioni». Impossibile non riconoscerle, nell’atrio di Porta Nuova. Insomma il primo giorno di scuola dopo la lunga pausa invernale è partito a singhiozzo. I popolosi istituti comprensivi della città hanno aperto regolarmente, complice l’organico tarato sulle dimensioni che ha permesso di assorbire le assenze. Ma un po’ dappertutto intere classi della primaria sono state rimandate a casa, oppure smistate perché mancava la maestra della prima ora. Per esempio alla «Monsignor Chiot» di via Arnolfo di Cambio, nel quartiere Stadio, la campanella è suonata solo per cinque classi su 12. A San Massimo, alla primaria «Collodi» di via Milone, hanno scioperato 15 insegnanti su 20 e la metà degli alunni ha fatto dietrofront senza nemmeno mettere piede in aula. Altrove, in provincia, le lezioni sono state sospese prolungando di un giorno le vacanze di Natale dei bambini. Del resto i plessi sono più piccoli e un pugno di maestri in meno è bastato a metterne in crisi alcuni. È successo a Breonio, dov’è rimasta chiusa la primaria che fa capo all’Istituto comprensivo Lorenzi di Fumane. A Cerea portone sprangato alla primaria Cherubine di via Leopardi, a Cologna Veneta hanno scioperato 13 delle 15 maestre in forze alla Sant’Andrea. Si è mobilitato chi ha il titolo abilitante ottenuto prima dell’anno scolastico 2001-2002, quando per insegnare è diventata obbligatoria la laurea in Scienze della formazione primaria. Alcuni sono stati assunti di ruolo (sia pure con riserva) all’inizio dello scorso anno scolastico, quando un’ordinanza cautelare del Tar ha stabilito il loro diritto di accedere alle Gae. A giugno hanno persino superato l’anno di prova previsto dalla legge, ora per loro è tutto da rifare. «Si sta assistendo a un problema giuridico non da poco» spiega Quaglia. «In Italia la norma dice che si entra in ruolo solo attraverso il concorso, e non attraverso un’ordinanza del Tar. Ma di fronte a questo caso non sappiamo che pesci pigliare. Secondo me bisognerebbe fare una sanatoria». Invece i maestri chiedono al Governo di adottare un decreto legge urgente per riaprire le graduatorie per il personale abilitato e confermare in ruolo chi è già stato assunto con riserva. Il portavoce a livello nazionale è l’Anief, l’associazione sindacale degli insegnanti e dei formatori. I vertici sono stati convocati dall’Ufficio scolastico regionale a cui hanno chiesto di farsi da tramite. Fra loro la veronese Rita Fusinato, presidente del coordinamento regionale del Veneto. (Laura Perina)
L’ARENA DI VERONA
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INSEGNANTI SENZA LAUREA, LO SCIOPERO DEI 2007

 

La protesta fa chiudere quattro scuole in provincia. Molte le classi senza maestra al rientro dalle vacanze. Polemica sulla data. Le diplomate: «Molta solidarietà dai genitori, è lo Stato che ha cambiato le regole»
VERONA – Più della fedeltà al sindacato, più delle motivazioni politiche, più della data (che in molti casi è stato un disincentivo) hanno contato le relazioni personali, la conoscenza, l’amicizia. A Verona, secondo le prime stime, hanno scioperato circa duecento insegnanti delle scuole elementari: poche per creare davvero disagio in una provincia che, di scuole primarie, ne conta ben 107, divise in una trentina di istituti comprensivi. Alla fine sono stati quattro i plessi a chiudere, tutti molto piccoli: l’elementare di Breonio, nel comune di Fumane, quella di Vallese ad Oppeano, quella di Sant’Andrea a Cologna Veneta e quella di Cherubine a Cerea. Quattro scuole in cui si trovavano insegnanti nella stessa, identica situazione: precarie, con il solo titolo di studio «utile» per l’insegnamento del diploma magistrale e con lo spettro di un licenziamento di fatto a fine anno scolastico. Sono mancate loro: quasi tutte sono andate a protestare a Roma, Milano e Venezia, dove si tenevano le principali manifestazioni (a Roma sono andate in 70). Sono mancati, in certi casi, per solidarietà, alcuni colleghi. È accaduto così a Breonio, dove tutte le quattro insegnanti di quella che è una scuola «pluriclasse» (con una classe unica che raggruppa diversi anni scolastici) hanno fatto cordone intorno a Erica Zardini, che da tempo insegna nella piccola scuola. Solidarietà che non è mancata nemmeno dalle famiglie e persino dai bambini, che hanno dedicato alla maestra diversi disegni. «Quella di Breonio è una piccola comunità – fa sapere Zardini – e tengono molto alla loro scuola. E i genitori faticano a capire come mai un’insegnante, che qui è sempre stato difficile reperire se ne debba andare». Un copione che si è ripetuto nelle altre scuole che sono rimaste chiuse. Non sempre è stato possibile avvisare i genitori in tempo: la comunicazione dello sciopero, indetto da alcuni sindacati di base, è arrivato durante le vacanze di Natale e non è stato possibile dare un avviso «a mano» ai genitori, né raccogliere, come avviene di solito, le intenzioni degli insegnanti in un sondaggio non vincolante.
La data scelta dai Cobas non è piaciuta ai sindacati confederali, «rischia di passare un cattivo messaggio, che potrebbe banalizzare quello che è un problema serissimo» è il commento che arriva dalla Cisl e dallo Snals di Verona. Il messaggio, naturalmente, è che qualcuno ha scioperato per avere «un giorno di ferie in più». In certe scuole, però, proprio la data ha fatto da deterrente alla protesta. «Avremmo voluto essere di più a sostenere le nostre colleghe che rischiano di perdere il posto – spiega un’insegnante del comprensivo Dante Alighieri di Cologna (dove è rimasta chiusa una sede) – ma i tempi non ce l’hanno permesso». Stessa spiegazione arriva dalle scuole del centro storico, dove le assenze sono state molto più ridotte. Parziale eccezione per il comprensivo 14 di San Massimo: alle primarie Collodi si sono presentate solo cinque insegnanti su venti, sono saltate le lezioni ordinarie, ma gli alunni sono rimaste in classe comunque.
Non sono mancate le polemiche. Attacca un docente universitario, Paolo Golinelli: «Ho insegnato per anni al corso di scienze della formazione primaria, ho conosciuto molte studentesse molto impegnate ed entusiaste, che al termine di cinque anni di studio dovrebbero andare a insegnare ai bambini. Dovrebbero, se ci fosse il posto; ma se questo è occupato da maestre, senza laurea, che l’hanno ottenuto in qualche modo, in deroga alla regola che prevedeva da trent’anni la necessità della laurea, non potranno».
Secca la risposta che arriva da parte di una delle insegnanti coinvolte, Elena Pasini, che ieri è andata a manifestare a Roma. «Non siamo state prese in deroga, ci siamo diplomate quando ancora quello era il sistema per accedere all’insegnamento. E dirò di più: nessuno ha mai messo in dubbio la nostra abilitazione, che deriva dal diploma magistrale. Ci hanno escluso dalle graduatorie, che per chi non è di ruolo significa essere licenziato. Molte di noi sono laureate (dopo aver seguito corsi che non abilitano, ndr ) e si sono iscritte a ogni genere di corso abilitante, anche se sulla carta non era richiesto. L’ultimo è stato il “Pass”, che non è mai partito, facendo perdere a tutti i cento euro dell’iscrizione». È una materia complessa, difficile da spiegare ai genitori. Quel che è certo è che lo sciopero proclamato quasi a sorpresa, tra lo scetticismo generale, nonostante il mancato sostegno delle sigle principali, un po’ di seguito l’ha avuto e ha creato più di qualche disagio. Vale per Verona e provincia dove gli scioperi di successo, nel mondo della scuola, sono stati molto rari negli ultimi dieci anni. Vale, ancora di più, per il resto del Veneto, dove sono rimaste chiuse 53 scuole, specialmente nel Veneziano e nel Padovano. Per sapere che accadrà ora, occorrerà attendere il parere dell’avvocatura di Stato e, magari, qualche provvedimento da parte di un futuro governo. Ci sarà ancora qualche mese di buio. (Davide Orsato)
CORRIERE DEL VENETO
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VERONA IN

 

“ABBILITATE QUANDO SERVE, LICENZIAE QUANDO CONVIENE”

 

Di Marcello Toffalini

I maestri precari sono in lotta perché vogliono continuare ad assicurare il servizio e la “continuità didattica” ai piccoli utenti delle scuole dell’infanzia ed elementari, a Verona  come nel resto d’Italia, ma non in condizioni di sfruttamento. E sono tanti quelli che dopo l’ultima sentenza del Consiglio di Stato rischiano non solo il posto d’insegnamento ma il loro stesso futuro da insegnante: ben 43600, di cui 5000 assunti, sia pur con riserva, a tempo indeterminato. Nel Veneto sono circa 3000, a Verona circa 300.  Così lunedì 8 gennaio, in adesione allo sciopero indetto da un sindacato autonomo (il SAESE, cui si sono aggiunti CUB scuola e Anief), molti maestri si sono astenuti dal lavoro e, con solide formazioni, hanno partecipato a proteste regionali e nazionali, per rappresentare i loro diritti presso il ministero della Pubblica Istruzione, e per chiedere, insieme ad altre rappresentanze sindacali confederali e autonome (Cgil, Cisl, Uil e Snals) una modifica nell’attuazione di quella sentenza. Ma perché sono arrivati a questo?
Semplice. «Fino a questo momento – spiega Marcello Pacifico di Anief – sette sentenze del Consiglio di Stato avevano stabilito che tutti gli insegnanti con il diploma magistrale potevano accedere alle GAE se diplomati entro l’a.s. 2001-2002». Le GAE sono le graduatorie ad esaurimento in cui i dirigenti didattici e/o i presidi delle Scuole pubbliche pescano per nominare i maestri-insegnanti sulle classi non coperte da docenti di ruolo. Ma il 20 dicembre scorso è stata pubblicata una sentenza del Consiglio di Stato (riunitosi in forma plenaria) che esclude dalle GAE tutti i docenti, delle scuole primarie e di quelle per l’infanzia, che siano in possesso del solo diploma magistrale, pur conseguito entro il 2001-2002. Dopo quella data i posti di maestro andrebbero attribuiti per legge a personale laureato, ma concorsi specifici non sono mai stati banditi e le Scuole hanno continuato ad attingere da graduatorie aperte anche ai diplomati (come le GAE).
La sentenza dunque impedirebbe l’inserimento di quei diplomati nelle Graduatorie a esaurimento e quindi, per loro, anche la possibilità di una cattedra, sia nell’immediato che in futuro. «Noi siamo la scuola, non siamo invisibili!» hanno gridato le maestre davanti all’Ufficio scolastico di Verona il 5 gennaio, dopo la pubblicazione di quella sentenza. «Per 14 anni ho lavorato in una primaria paritaria che l’anno scorso è diventata statale, per fortuna il punteggio accumulato è valso e in graduatoria ero messo bene.[…] Nel frattempo hanno deciso che il mio diploma magistrale non va bene per le GAE», racconta Nicola (36 anni, un figlio piccolo e un altro in arrivo, e il suo è l’unico stipendio di casa), in un articolo di Laura Perina, raccolto dalla Cisl veneta.
Ci sono maestre ormai da anni impegnate con continuità didattica sulle classi assegnate, e/o con carichi di famiglia, altri maestri che hanno aggiunto una laurea, non necessariamente in Scienze della Formazione: che ne sarà di loro? Non solo: anche per chi è già in ruolo, ma col solo diploma (abilitante) di maestro, la situazione potrebbe complicarsi e non di poco.
A Venezia, davanti all’Ufficio scolastico regionale, la maestra Alice confida: «Ho iniziato a insegnare nel 2003 e ho accettato contratti di assunzione dal lunedì al venerdì per dare continuità ai miei alunni. Ho lavorato fino all’ottavo mese di gravidanza e sono rientrata dopo 5 mesi, ora sono di nuovo precaria». Sostiene la protesta anche il presidente del Veneto, Luca Zaia, non senza qualche ragione: «Insegnare è una vocazione e nessuna norma può permettersi di trascurare il valore dell’esperienza[…]. La protesta di queste educatrici e educatori, che si sono conquistati sul campo, con il lavoro quotidiano, il diritto a insegnare fondato sulla loro pluriennale esperienza, è fondata e condivisibile».
Scriveva già nel 2014 una maestra di ruolo, nel dibattito preliminare sulla Buona Scuola: «Ricordando a tutti che il diploma magistrale ante 2001 è sempre stato titolo abilitante, colgo l’occasione, con questa proposta, per restituire dignità ai veri precari storici della scuola. Oggi è l’occasione per voi di riconoscere non solo il valore del nostro titolo ma anche del nostro immenso lavoro fatto di fatica e devozione, che ha consentito di mandare avanti la scuola primaria italiana. Dimenticati da tutti e vittime di ingiustizie sociali infinite, siamo stati relegati ingiustamente nel limbo del precariato per anni senza  possibilità di uscita». Qual era la sua proposta? Trasformare a tempo indeterminato ogni incarico assegnato dopo 36 mesi di servizio continuativo nella Scuola. Di fatto la premessa alla loro messa in ruolo.
Vecchi maestri già di ruolo sub-judice, altri diplomati prima del 2002 ma da molti anni impegnati sulle classi (e spesso in continuità di servizio), altri maestri ancora precari epperò laureati in Scienza della Formazione, devono tutti trovare la possibilità d’inserirsi stabilmente nella Scuola italiana, ben riconosciuti a tutti gli effetti, soprattutto, se sono in possesso di un’adeguata continuità di servizio e di corsi specifici di preparazione didattica. Il ministro Valeria Fedeli, ben conscia, anche per le sue precedenti esperienze, dei diversi e pur validi percorsi didattici dei docenti, negli anni dell’ignavia ministeriale in tema di concorsi,  intende risolvere la questione dei maestri, non prima di aver appreso sull’argomento il giudizio dell’Avvocatura dello Stato. D’accordo, purché i tempi non si allunghino troppo e che l’esito sia quello positivamente auspicato da quasi tutte le forze sindacali. A maggior ragione perché gli scrutini (spesso occasione d’impropri scontri sindacali) sono ormai alle porte e l’anno scolastico dovrebbe potersi sviluppare e concludere in modo sereno e proficuo, non solo per gli alunni.
Marcello Toffalini
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4.1.18 1000 MAESTRI LICENZIATI A VERONA – Lo decide una sentenza del Consiglio di Stato – RASSEGNA STAMPA

RASSEGNA STAMPA

 

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TITOLI, ESPERIENZA E AMORE PER I BAMBINI. “MA IN ITALIA NONBASTANO”

 

 

C’è Alice, che insegna alla primaria dal 2003: «Per garantire la continuità didattica ai miei studenti ho accettato anche contratti in cui venivo assunta il lunedì e licenziata il venerdì. Ora, perderò la cattedra raggiunta dopo 13 anni di precariato». C’è Davide, che dopo il diploma magistrale ha preso una laurea in Filosofia e passato due concorsi per insegnare alle elementari. «Ho anche un master in formazione continua, una specializzazione nel sostegno all’università Padova e sono entrato finalmente di ruolo, con riserva, l’anno scorso. Ma per lo stato evidentemente non basta».C’è Elena, maestra dal 2002 prima al nido, poi nella scuola dell’infanzia e infine, nel 2014, nel sostegno, alla primaria. Due anni dopo, l’agognato contratto a tempo indeterminato: «Ho finito l’anno di prova a giugno, ma ora lo stato sostiene che i miei 15 anni di scuola non valgono più nulla».E c’è Erica, diplomata nel 1996, dopo una vita di supplenze annuali è nelle graduatorie ad esaurimento, con riserva, dal 2016. «Ma, soprattutto, vorrei dire che amo i bambini, dei quali in questa triste storia non si parla mai. Quando vedo le loro manine che imparano a scrivere penso che io, maestra, sto scrivendo sulla loro vita. È troppo importante quello che vivono a scuola a quell’età: alla primaria si impara a crescere. Hanno diritto alla continuità didattica ed educativa: se ci sarà un licenziamento di massa, saranno loro i primi a rimetterci». E.PAS.

 

SCUOLA. ADDIO CATTEDRA PER MILLE MAESTRI. LICENZIATI SAL CONSIGLIO DI STATO

Sentenza prevede l’espulsione dalle graduatorie a esaurimento dei diplomati magistrali prima del 2001-2002. Alcuni sono già di ruolo, rischiano di perdere il posto conquistato dopo anni da precari. Domani protesta all’Ufficio scolastico, l’8 gennaio sciopero. A rischio anche gli scrutini
VERONA – Hanno un diploma magistrale conseguito prima del 2001-2002. Un’esperienza di lavoro nella scuola dell’infanzia e primaria di quasi vent’anni anni. Alcuni di loro sono già di ruolo (con riserva) e hanno già sostenuto l’anno di prova dopo di aver ottenuto l’agognata cattedra. Ma quello appena trascorso, per mille insegnanti veronesi (di cui 800 delle primarie) come altri 55mila nel resto d’Italia, è stato un Natale decisamente amaro. Sotto l’albero, infatti, hanno trovato la sentenza del Consiglio di Stato datata 20 dicembre che, come un colpo di spugna, ha cancellato buona parte del loro curriculum lavorativo. Tutto (o quasi), per loro, è da rifare: saranno cancellati dalle Gae, le graduatorie ad esaurimento utili per il 50 per cento delle immissioni in ruolo, e reiscritti nelle graduatorie di istituto. Torneranno, insomma, ad essere supplenti perché in possesso di un diploma che allora era titolo abilitante per l’insegnamento, ma ora, dice il Consiglio di Stato dopo tre anni di battaglie legali, non più. Un trattamento che giudicano inaccettabile: l’8 gennaio, al ritorno in classe dopo le vacanze, incroceranno le braccia e manifesteranno a Roma davanti al ministero dell’Istruzione, mentre domani si riuniranno davanti all’Ufficio scolastico territoriale per provare a far valere le loro ragioni. Minacciando, se necessario, il blocco degli scrutini del primo quadrimestre. «È il drammatico epilogo di una vicenda che si basa su un’ambiguità che il ministero per troppo tempo non ha saputo e voluto affrontare: il riconoscimento del diploma magistrale come titolo abilitante per l’insegnamento», spiega il segretario regionale Flc Cgil Marta Viotto. «L’effetto della sentenza produrrà, anche nel Veneto, una situazione difficilmente sostenibile, considerato il fabbisogno di insegnanti di scuola primaria di 3.100 posti. Un dato allarmante, che le Università di Padova e Verona non sono in grado di colmare: ci saranno solo 400 laureati in scienze della formazione all’anno, mentre queste persone verranno “licenziate” con effetto immediato ma verrà chiesto loro di completare l’anno scolastico per non creare il caos». Un paradosso, quindi, frutto di una sentenza che, per di più, ne smentisce sette altre emesse negli ultimi anni dal Consiglio di Stato e dai Tar di diverse regioni, che vedrà come conseguenza queste maestre o maestri perdere il posto sia di ruolo che annuale nei prossimi mesi: il più grande licenziamento di massa della scuola italiana. E per puntare di nuovo alla cattedra, dovranno presentarsi ai prossimi concorsi. Un’ipotesi che gli interessati non hanno la minima intenzione di prendere in considerazione, preparandosi piuttosto a ingaggiar battaglia. Il tam tam sul web è partito ormai da giorni, la protesta sui social è già virale, la vicenda rimbalzata sui media. Senza contare che la maggior parte dei docenti in questione ha già dato preadesione al ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e in Cassazione. «Ridateci», chiedono in coro, «la stabilità che avevamo faticosamente raggiunto dopo tanti anni. Ridatela a noi, ridatela ai bambini e a tutta la scuola italiana». (Elisa Pasetto)
L’ARENA DI VERONA
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VERONA, 1000 MAESTRI “LICENZIATI” DA CONSIGLIO DI STATO

 

Dietro allo sciopero del prossimo 8 gennaio, che prolungherà le vacanze natalizie degli alunni, c’è una situazione preoccupante per 55 mila insegnanti delle scuole primarie e dell’infanzia di tutta Italia. Il Consiglio di Stato ha infatti deciso, lo scorso 20 dicembre, di invalidare i diplomi magistrali conseguiti prima del 2001-2002. Come scrive Elisa Pasetto su L’Arena a pagina 13, sono mille gli insegnanti veronesi che saranno cancellati dalle graduatorie ad esaurimento.
Il loro titolo di studio non è più considerato abilitante e quindi verranno inseriti nelle graduatorie per supplenti. «È il drammatico epilogo di una vicenda che si basa su un’ambiguità che il ministero per troppo tempo non ha saputo e voluto affrontare: il riconoscimento del diploma magistrale come titolo abilitante per l’insegnamento – ha spiegato il segretario regionale Flc Cgil Marta Viotto. Attualmente ci sarebbe bisogno di 3100 insegnanti e le università di Padova e Verona producono solo 400 laureati all’anno in scienze della formazione. Nel frattempo viene chiesto di finire l’anno in corso, ma i maestri non ci stanno e minacciano di farlo saltare.
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IL DIPLOMA NON VALE PIU’. MILLE MAESTRI A RISCHIO

 

 

Torna l’incubo del precariato per mille insegnanti veronesi e circa tremila veneti. Una sentenza del Consiglio di Stato ha deciso infatti di escludere dalle graduatorie i maestri che hanno ottenuto il diploma magistrale prima del 2001-2002 che era abilitante ma adesso non lo è più.
Una cancellazione parziale dei curricula che rischia a questo punto di far tornare supplenti coloro che già avevano ottenuto una cattedra o che in ogni caso avevano terminato l’anno di prova.
Per questo i maestri si sono dati appuntamento per un sit-in davanti alla sede dell’ufficio scolastico provinciale Venerdì 5 Gennaio dalle 10 alle 13 e successivamente sciopereranno Lunedì 8 Gennaio quando riprenderanno le scuole.
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VERONASERA

 

SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO CONTRO I MAESTRI, SIT – IN DI POTERE AL POPOLO

Sono circa mille i maestri veronesi che in possesso di diploma magistrale abilitante si vedranno negare l’accesso alle graduatorie ad esaurimento e quindi alla stabilizzazione
Sono circa mille maestre e maestri delle scuole primarie e dell’infanzia veronesi colpiti dalla sentenza del Consiglio di Stato che nega la possibilità a chi possiede il diploma magistrale abilitante di essere inserito nelle graduatorie ad esaurimento e quindi ad essere assunto a tempo indeterminato. A livello nazionale sono circa 55mila i maestri coinvolti che in parte manifesteranno l’8 gennaio a Roma. Ma in loro sostegno ci sarà anche una mobilitazione organizzata per domani, 5 gennaio, davanti all’ufficio scolastico provinciale di Verona in viale Caduti del Lavoro. Ad organizzare il sit-in è Potere al Popolo Verona, lista candidata alle prossime elezioni nazionali.
 Ancora una volta si rafforza il sistema di sfruttamento degli insegnanti, visto che la maggioranza di loro da anni contribuisce, con il proprio lavoro, al buon funzionamento della scuola pubblica – si legge nella nota di Potere al Popolo – Si compie, inoltre, un atto illegittimo di annullamento dei diritti acquisiti e riconosciuti, e si allarga quello stesso precariato che i governi PD hanno voluto far credere di eliminare con la Buona Scuola. La mancata stabilizzazione non garantisce inoltre la continuità didattica, elemento fondamentale per il percorso scolastico dei bambini che ogni anno invece dovranno cambiare insegnanti e riadattarsi così ad un nuovo metodo didattico. Di fronte a questa ingiustizia il governo non può girarsi dall’altra parte e deve intervenire per sanare la situazione e restituire diritti e dignità a queste lavoratrici e lavoratori. In questi ultimi anni sono tanti gli avvocati, le associazioni o i sindacati piccoli e grandi che hanno spinto i precari della scuola a presentare, a volte dietro cospicuo pagamento, ricorsi su ricorsi per risolvere situazioni personali, senza guardare al quadro generale della condizione precaria e riportando a mera questione individuale e giuridica ciò che dovrebbe essere affrontato e combattuto anche in forma collettiva, sindacale e politica. Adesso, in risposta a questo ennesimo abominio giuridico, parte di quelle stesse associazioni, sfruttando la situazione, ripropongono ai lavoratori l’ennesimo ricorso a pagamento, cioè una cura che in certi casi si è rivelata peggiore del male. Ma nessun ricorso da solo potrà avere efficacia se non sarà sostenuto da una larga e decisa mobilitazione.
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30.12.17 RASSEGNA STAMPA VERTENZA MELEGATTI – Dal Colle entra in Melegatti con una partecipazione del 30%

RASSEGNA STAMPA

 

RASSEGNE STAMPA SULLE VERTENZE MELEGATTI

 

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Oltre ai pandori, le merendine Dal Colle sarà partner di Melegatti. All’azienda di Colognola ai Colli il 30% del fondo Abalon. Arrivano nuovi manager

 

VERONA – Dal Colle entra a pieno titolo nel progetto di rilancio di Melegatti con il ruolo di nuovo partner industriale. Ma non è questa l’unica novità che riguarda la storica azienda dolciaria veronese in questo ultimo scorcio dell’anno.
L’azienda di Colognola ai Colli ha sottoscritto una quota pari al 30% del veicolo finanziario creato da Abalone, il fondo maltese che sta realizzando l’investimento in Melegatti. Per la precisione, la nota diffusa ieri dal fondo dice che: «Si rende noto che nell’ambito del veicolo Ocpev1 Ltd, struttura societaria del fondo Open Capital, gestita da Abalone Asset Management e attiva nell’investimento in Melegatti Spa, è stata sottoscritta una quota pari al 30% da parte della società Dal Colle Industria Dolciaria Spa».
Si tratta di un nuovo colpo di scena nella complessa vicenda che riguarda la storica azienda dolciaria veronese. L’obiettivo, precisato sempre nella nota, è quello di affiancare a Melegatti un partner industriale che abbia già maturato competenze non tanto nella produzione di pandori e panettoni, quanto nei dolci continuativi e nelle merendine. «La partecipazione della Dal Colle in Ocpev1 – ha dichiarato infatti Riccardo Teodori, fund manager di Open Capital – è stata selezionata principalmente per lo specifico know how maturato nel settore dei prodotti da non ricorrenza, che ne fa un partner industriale di grande esperienza ed affidabilità».
Va ricordato che, anche nei mesi scorsi, Dal Colle era stata coinvolta nelle vicende Melegatti come possibile committente di una produzione di dolci per Natale. In questo caso, invece, sarebbe partner di Melegatti più per avviare il nuovo impianto produttivo di San Martino Buon Albergo, pensato per le merendine, che per quello storico di San Giovanni Lupatoto. Ma dopo settimane di incertezza e di perplessità, Melegatti ha comunicato anche quanto le indiscrezioni avevano anticipato. Il posto di direttore generale dell’azienda, ricoperto da Luca Quagini nelle prime fasi del concordato e durante la realizzazione del mini piano di Natale, è stato affidato all’ingegner Sergio Perosa. A lui spetterà il compito di proseguire le attività e di predisporre, da un punto di vista operativo, il cosiddetto piano di Pasqua. Fino ad oggi, infatti, si era parlato della produzione pasquale, ma non c’erano mai state conferme ufficiali. Abalone, ieri, ha confermato che dopo aver investito «rilevanti risorse» per la campagna natalizia «si sta apprestando a fare lo stesso anche per quella pasquale». In più, la nota diffusa dall’azienda precisa che Perosa si è specializzato negli ultimi anni in progetti di turnaround aziendale anche nell’ambito di procedure concorsuali e pre-concorsuali. Due sono i suoi obiettivi: implementare la campagna pasquale «che sarà volta a massimizzare l’efficienza della realtà produttiva e valorizzare e conservare i livelli occupazionali». Ma Perosa, per il suo compito, potrà contare anche sull’aiuto di Carlo Gianani, anch’egli new entry in Melegatti, come responsabile dei procedimenti di ristrutturazione aziendali. Il suo curriculum parla di una «lunga ed articolata esperienza nella predisposizione e realizzazione di percorsi di ristrutturazione aziendale», mentre l’interessato dice: «Sono molto contento di collaborare a questo progetto e di mettere la mia esperienza a servizio della Melegatti».
Tutto a posto quindi? Non proprio perché, nonostante i comunicati, per le organizzazioni sindacali i dubbi rimangono. Per cui chiariscono: «Ci fa piacere leggere tanto entusiasmo, ma ancora una volta alle luci vediamo presentarsi tante ombre». Tra queste ci sarebbero anche le reali risorse messe dal fondo. «Fa specie leggere di ingenti finanziamenti – sottolineano – quando ormai è risaputo che dei 6 milioni di euro annunciati ne sono stati sborsati solo 850mila, cosa che ha creato non poche difficoltà gestionali». Per questo i sindacati chiedono un incontro «urgente, necessario e doveroso», anche a tutela dei lavoratori «che hanno diritto di sapere in modo chiaro ed esaustivo come si sta evolvendo la situazione e di aver pagata la retribuzione con puntualità». (Samuele Nottegar)
CORRIERE DEL VENETO
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Dolciario. Melegatti, due nuovi manager e spunta il nome di Dal Colle

 

Nuovo colpo di scena nella vicenda della spa di San Giovanni Lupatoto alle prese con procedure concorsuali. L’azienda di Colognola ha fornito materie prime per la campagna natalizia ed è entrata con il 30% nel fondo della sgr maltese Abalon
VERONA – Dal Colle partner di Melegatti. Le voci di un interessamento della spa dolciaria di Colognola ai Colli nei confronti del marchio scaligero inventore del pandoro erano ricorrenti. La conferma è arrivata ieri in una nota di Abalone Asset Management, Sgr maltese che ha finanziato la minicampagna di Natale del gruppo dolciario di San Giovanni Lupatoto, attraverso il fondo Ocpev1, Open Capital private equity vehicle, società finalizzata all’investimento in Melegatti. Dal Colle è entrata in Ocpev1, con una quota del 30%. L’operazione è stata comunicata ufficialmente ieri. Riccardo Teodori, fund manager di Open Capital afferma che la partecipazione di Dal Colle è stata selezionata per lo specifico know how nel settore dei prodotti da non ricorrenza, «che ne fa un partner industriale di grande esperienza ed affidabilità». NUOVI MANAGER. Dal fondo maltese arriva anche la comunicazione della nomina del nuovo procuratore generale, Sergio Perosa per la prosecuzione delle attività e il completamento del piano di Pasqua. Perosa subentra a Luca Quagini che si è occupato della mini campagna natalizia. Perosa, afferma la nota di Abalone, è manager con significative esperienze, specializzato anche in procedure concorsuali e pre-concorsuali. A integrare la squadra c’è Carlo Gianani, consulente per il percorso di ristrutturazione di Melegatti in procedura di concordato. «Sulle ultime nomine c’è la convergenza del cda e degli investitori», assicura Maurizio Belli, ad di Financial Innovations Team Spa, società di advisory finanziaria che ha assistito Melegatti nell’identificazione dei partner finanziari e industriali coinvolti nel salvataggio. Cda di Melegatti e Ocpev1 stanno in questi giorni definendo l’accordo quadro per l’ingresso degli investitori nella spa di San Giovanni. Si dovrebbe arrivare a sintesi con il nuovo anno. «Occorre precisare però che Melegatti sta operando in continuità e farà capo alla stessa proprietà finché non sarà conclusa la procedura di ristrutturazione del debito e non ci sarà l’omologa del Tribunale», sottolinea Belli. PASQUA E IL TRIBUNALE. Intanto, si lavora alla campagna pasquale, che dovrà comunque ottenere l’autorizzazione del Tribunale di Verone. «La pianificazione è quasi conclusa. Il volume di fatturato sarà di circa 10milioni. Il fabbisogno finanziario è in fase di definizione», prosegue. E sull’investimento relativo alla minicampagna di Natale evidenzia che «sono stati erogate cifre leggermente inferiori al previsto perché si è trovato l’accordo con alcuni fornitori, Dal Colle su tutti». DAL COLLE FORNITORE. «Durante la campagna di Natale, Dal Colle ha infatti contribuito a saturare la capacità produttiva di Melegatti e ha fornito materia prima per oltre un milione di euro», precisa Ivan Losio, senior partner di Sei Consulting, società bresciana di consulenza finanziaria, advisor finanziario e industriale di Dal Colle, che da tempo segue le vicende Melegatti. L’interesse si è intensificato con l’acquisizione da parte di quest’ultima di Nuova Marelli da destinare alla produzione di continuativi, core business di Dal Colle, che sviluppa il 60% del fatturato, di oltre 40 milioni, nel segmento, producendo a marchio proprio e in conto terzi. LEGAME CON IL TERRITORIO. Ora l’ingresso come partner industriale nella compagine dei soci del fondo Ocpev1, che sta orchestrando il salvataggio di Melegatti. «Si tratta di un contributo importante da parte di una realtà leader nel distretto dolciario scaligero, radicata sul territorio. Un legame» sostiene Losio, «che si manifesta anche con la decisione di scendere in campo a fianco dello storico marchio». (Valeria Zanetti)
L’ARENA DI VERONA
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Melegatti, tanti dubbi e nuovo dg

28.12.17                                     Logo-Corriere-del-Veneto-

 

 

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RASSEGNE STAMPA, DOCUMENTI E MATERIALI INERENTI ALLA VERTENZA MELEGATTI

 

(sam. nott.) Alla Melegatti VERONA è tempo di ritorno in fabbrica. Dopo qualche giorno di vacanza, i dipendenti sono già tornati nello stabilimento di San Giovanni Lupatoto per organizzare la produzione della campagna pasquale. Per dare avvio alla produzione vera e propria delle colombe, infatti, è necessario approntare l’azienda con tutta una serie di attività preparatorie. Il punto fondamentale, tuttavia, rimane sempre lo stesso: la campagna di Pasqua si farà? Secondo la presidente Emanuela Perazzoli, che qualche giorno prima di Natale ha incontrato i dipendenti, non ci sono dubbi: si farà e sarà una vera campagna, non come il mini piano di Natale. Da capire con quali soldi. Il fondo Abalone è disposto a investire nella produzione pasquale 10 milioni di euro, in cambio di certezze sul controllo aziendale. La presidente Perazzoli, sempre ai dipendenti, ha ribadito di rappresentare in pieno la proprietà e, di conseguenza, ha nominato un nuovo direttore generale al posto di Luca Quagini. Dovrebbe trattarsi di Sergio Perosa. Il che indica, per lo meno, una certa distanza tra le parti; non è chiaro se colmabile o no. Se la trattativa non andasse a buon fine, tuttavia, non si sa con quali fondi potrebbe essere avviata la produzione. E ormai il termine è vicino: dopo l’Epifania vanno riaccesi i forni.

 

Stefanel e Ferroli, Oxy accelera sul rilancio

27.12.17                                       Logo-Corriere-del-Veneto-

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Moda, chiuso il riassetto. Caldaie a 350 milioni di ricavi
VENEZIA Stefanel e Ferroli, entra nel vivo il rilancio targato Oxy. Il segnale di svolta lo ha fissato giovedì scorso l’assemblea dei soci di Stefanel, che con la nomina del nuovo cda e la chiusura del riassetto nella proprietà e della ristrutturazione del debito, ha terminato, tra l’altro in anticipo evitando così la seconda assemblea che doveva tenersi domani, il salvataggio della società della moda, che ha preso tutto il 2017. Adesso la storica società della maglieria di Ponte di Piave, che aveva rischiato il crac un anno fa, è, con una quota di controllo del 71%, nelle mani della River Tre dei fondi Oxy e Attestor, che mettono sul terreno il percorso di rilancio della società.
Che s’incrocia con quello dell’altra azienda che in Veneto i due fondi avevano già rilevato in una situazione di grave crisi, la Ferroli. Per la storica casa veronese delle caldaie, dopo la chiusura della fase molto tesa degli esuberi di personale e del riallineamento della capacità produttiva, il budget 2018 è disegnato in crescita. Le dimensioni dell’azienda sono ora ritenute corrette per posizionare in autonomia Ferroli in un settore che ha vissuto grandi fusioni. Ripartendo da un obiettivo di fatturato 2017 centrato a 350 milioni di euro e cercando di sfruttare gli spazi di crescita organica.
E intanto entra nel vivo anche il rilancio di Stefanel. Chiuso l’aumento di capitale da 10 milioni di euro riservato ai fondi, l’assemblea dei soci ha nominato giovedì scorso il nuovo cda a nove membri, secondo lo schema del patto parasociale che lega i fondi alle società in liquidazione di Giusepe Stefanel – Elca, Compagnia gestioni industriale e Finpiave -: cinque consiglieri ai fondi (Stefano Visalli e Stefano Romanengo, i due finanzieri creatori di Oxy, Cristiano Portas, Stefania Saviolo, Michaela Castelli), il sesto (Leonardo Pagni) indicato dai fondi con il gradimento dei soci storici, il settimo (Giuseppe Stefanel) dai fondi con il gradimento delle banche, l’ottavo (Tito Berna) espresso dai soci storici, il nono ( Paola Bonomo) indipendente indicato dai fondi. Il nuovo cda ha poi nominato Giuseppe Stefanel presidente, mentre Cristiano Portas è il nuovo amministratore delegato.
Primo elemento rilevante, quest’ultimo, visto che il rilancio di Stefanel è affidato al manager di scuola Procter & Gamble che aveva guidato la ristrutturazione di Arena, storico marchio dell’abbigliamento per il nuoto. Nel caso di Stefanel l’obiettivo intorno a cui far correre il rilancio è chiaro: diventare il punto di riferimento nella maglieria donna. Fatto già fondamentale per impostare un percorso di ristrutturazione vincente, dopo vari tentativi senza esito. Che lasciano aperta la domanda se per Stefanel ci sia ancora spazio. La risposta è sì per la nuova proprietà: le indicazioni raccolte tra i clienti mostrano un marchio Stefanel ancora vitale, fatto che rende possibile lavorare sul posizionamento dei negozi di proprietà e sul prodotto. Qui facendo pesare, nel confronto con altri marchi in rapida ascesa (vedi la Falconeri del gruppo Calzedonia), una tradizione consolidata. Specificato poi che la business unit Interfashion verrà mantenuta, il tutto resta da declinare sui conti. I dati del primo semestre ricorretti a dicembre parlano di ricavi per 59 milioni di euro, -12% rispetto a un anno prima, con perdite per 12 milioni (13 un anno prima); a fine anno le previsioni aggiornate parlano di ricavi per 127 milioni, contro i 147 indicati dal piano 2016-’22 e un Ebitda negativo per 11 milioni contro i 2,6 previsti. L’indebitamento finanziario netto è previsto a 49,7 milioni invece che a 63 e il patrimonio netto è indicato a 24,8 contro 21.
Numeri che sarebbero da archiviare con la difficile fase di passaggio del 2017, mentre per Stefanel sono confermati gli obiettivi 2018 già indicati agli analisti, con conti vicini al pareggio e un Ebitda aggregato che dovrebbe collocarsi intorno ai 5 milioni. Con il primo vero obiettivo per Stefanel di tornare a generare stabilmente cassa. Sarebbe il primo segnale rilevante di svolta. E su questo i trend sarebbero migliori rispetto a un anno fa.

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Tu chiamala, se vuoi, lotta di classe

25.12.17                           logo_vvox_small

 

 

COPERTINA

Guendalina Maria Anzolin
Il lavoro di oggi nasconde una verità vecchia di secoli: lo sfruttamento. Il libro di analisi e denuncia della Fana
«Di precariato si muore quando al concetto di società si antepone quello di individuo». È la frase che potrebbe riassumere “Non è lavoro, è sfruttamento” (Laterza), il nuovo libro di Marta Fana, l’economista e giornalista che magari avrete visto ospite in diverse trasmissioni tv (qualche mese fa la ricorderete nello scontro televisivo con il patron di Eataly Oscar Farinetti).
I temi della disuguaglianza, delle classi sociali e delle verità assolute (e poco dimostrate) su cui si fonda il mercato del lavoro degli ultimi decenni vengono affrontati in modo poco ortodosso, con competenza tecnica e abilità giornalistica. E molto relismo. La storia del debito pubblico, ad esempio, assunto a capro espiatorio di ogni male, non risponde alle leggi economiche da un lato e alla storia dall’altro: la crisi nasce dalla bilancia dei pagamenti che non è come dovrebbe essere, e da processi di finanziarizzazione che hanno distrutto la base manifatturiera, anche in termini di capacità di innovazione. Un’innovazione al cuore di politiche industriali abbandonate, represse, lontane dai dibattiti e dalla stampa.
E ancora: la flessibilizzazione del mercato del lavoro come unico strumento per la ripresa dell’occupazione. Balle. Nei Paesi in cui questo meccanismo ha avuto dei risultati, il prezzo da pagare è stato in termini di diseguaglianze crescenti, vedi Stati Uniti. In Europa stanno meglio, molto meglio i mercati del lavoro con più tutele, dunque meno flessibili. Quelli in cui il lavoratore è parte della realtà in cui vive e lavora e non un semplice bullone che può essere sostituito in ogni momento.
I primi capitoli del libro percorrono realtà italiane inquietanti. Il mondo dei voucher, del lavoro sottopagato, della disumanizzazione nella logistica, di contributi non pagati, di ferie impensabili e straordinari che di straordinario hanno la mancata retribuzione, più che le ore di lavoro aggiuntive che sono ormai diventate prassi. Diversi esempi soprattutto del nord Italia raccontano realtà spesso tralasciate dai giornali. Come per esempio, il caso nostrano della Coca Cola di Nogara, in provincia di Verona: l’azienda ha deciso di licenziare gli operai più attivi che stavano scioperando a causa di un rinnovo contrattuale al ribasso. È seguita la sospensione della fase produttiva e la conseguente cassa integrazione. La logica del braccio di ferro in azione. Anzi nessun braccio di ferro, non ci si siede nemmeno più allo stesso tavolo.
Ci sono i giovani e meno giovani intrappolati tra una realtà precaria sempre più insostenibile, che la Fana definisce «falsa e dannosa ideologia sul merito, imposta per mascherare un inevitabile conflitto tra chi sfrutta e chi è sfruttato». Forse aveva ragione De Andrè, esiste ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Non c’è merito né colpa nella continua ed esasperata estrazione di plusvalore dai lavoratori alle imprese. «Viviamo una lotta di classe», dice l’autrice riscoprendo il socialismo e Marx.
Gli indigenti, l’oltre 20% dei lavoratori (lavoratori!) in stato di povertà, la perseveranza di un processo che ha tolto ogni leva alla classe operaia, che ha indebolito i sindacati, che è responsabile di quella crisi da cui si esce solo se la domanda aggregata cresce, e come può crescere se chi dovrebbe comprare diventa sempre più povero? , sono tutti elementi che costruiscono uno scenario che ha lasciato poco al caso.
E’ storia preparata tassello per tassello. Una storia di privatizzazioni accompagnata da una retorica dello “Stato nemico”, incapace e inefficiente, anche di garantire diritti fondamentali. Ecco il welfare aziendale, ecco l’indebolimento dei sindacati, la sempre maggiore discrezionalità lasciata alle imprese. Sfruttare, insomma.
Ma non c’è solo denuncia, ma anche un invito all’azione: «La strada da fare è lunga e la questione molto complessa… nel nostro piccolo quotidiano abbiamo il dovere politico di innescare ogni miccia capace di portare alla luce queste contraddizioni e farle vivere nei processi in cui siamo coinvolti come comunità». Buon lavoro
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Pubblico impiego, ed ora il Governo tenterà di estendere l’elemosina a tutti gli altri dipendenti, ma c’è il nodo della scuola e della ricerca

24.12.17                                                 CONTRO LA CRISI

 

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La sottoscrizione del contratto degli Enti centrali (250mila lavoratori), almeno nelle intenzioni del Governo, dovrebbe essere man mano estesa a tutto il pubblico impiego, fatto di oltre tre milioni di lavoratori. Si tratta infatti di un contratto “apripista” che dovrebbe dettare la linea anche per gli altri comparti: enti locali, sanità e scuola. Solo che per il comparto della Conoscenza i problemi sono enormi. Le parti, sindacati e Aran, si incontreranno il prossimo 4 gennaio: in quella sede rimane impossibile riuscire a centrare le richieste dei rappresentanti dei lavoratori. A differenza degli altri comparti, innanzitutto, gli 85 euro medi a lavoratore della scuola non sono infatti garantiti, così come appare difficile che si possa superare per contratto la Legge 107/2015 che stabilisce la somministrazione dei bonus annuali del merito e dell’aggiornamento professionale; forti dubbi permangono, infine, sulla riconduzione nel contratto delle diverse materie sottratte dalle ultime riforme della PA.

C’è, infine, il grande tema del precariato. I lavoratori della ricerca, precari e stabili, per rendere vera e credibile la possibilità aperta dal decreto voluto dal Ministro Madia, chiedono al Governo e al Parlamento di stanziare maggiori risorse per le stabilizzazioni. Occorre rinnovare immediatamente tutti i contratti a tempo determinato e gli assegni di ricerca agli aventi diritto e quantificare e pianificare al più presto l’utilizzo per le assunzioni e le proroghe delle risorse rese disponibili con l’autonomia finanziaria introdotta dal Dlgs 218/16.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal) commenta: “Sono aumenti irrisori e che non coprono nemmeno l’inflazione degli ultimi anni. Per questo continuiamo a chiedere il recupero dell’inflazione e aumenti equi. Dai nostri calcoli, si tratta di almeno 270 euro, da suddividere in due parti uguali: la prima è relativa alla mancata assegnazione dell’indennità di vacanza contrattuale, mentre gli altri 135 euro di effettivo incremento stipendiale. Inoltre, la parte pubblica deve corrispondere 2.654 euro di arretrati, comprensivi delle quattro mensilità di fine 2015 indicate dalla Corte Costituzionale, e non certo poche centinaia di euro. Ecco perché siamo contrari alla firma nella Scuola: a queste condizioni, tra i 70 e i 75 euro medi lordi a docente e Ata, non ci siamo: serve il triplo.
I lavoratori hanno diritto ad uno stipendio adeguato almeno al 50% dell’aumento dei prezzi da settembre 2015, come prevede la legge ed ha confermato la Corte Costituzionale.
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“Noi schiave dello shopping”. La protesta delle commesse va in scena davanti all’Adigeo. Ma l’adesione allo sciopero è tiepida…

23.12.17                                               Logo-Corriere-del-Veneto-

 

 

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VERONA – Commesse, addetti alla vendite e ai reparti in presidio davanti ad Adigeo. Così ieri mattina, lavoratori e rappresentanti sindacali di Auchan, Coin, Leroy – Merlin, Metro, Iper hanno voluto richiamare l’attenzione sui circa 5mila lavoratori veronesi, sui 25mila attivi nel commercio nella nostra provincia, impiegati nelle aziende associate a Federdistribuzione. Ieri infatti, tutte le sigle sindacali del settore, Cgil Filcams, Cisl Fisascat e Uiltucs, avevano chiesto ai dipendenti di astenersi dal lavoro per lanciare un segnale alle imprese del comparto che, da quattro anni, non rinnovano il contratto.
«Le grandi aziende internazionali del settore distribuzione, ma tra loro ci sono ad esempio anche le italiane Esselunga e Chicco – ha spiegato Andrea Sabaini, segretario provinciale Fisascat – hanno deciso unilateralmente di non applicare più il contratto nazionale esistente e di utilizzarne uno proprio che prevede trattamento salariale inferiore, con aperture durante le festività e orari di lavoro molto difficili da gestire». Una situazione, ha ribadito Floriano Zanoni, segretario provinciale Filcams Cgil, che «rende difficile conciliare la vita lavorativa con quella privata, soprattutto per le donne e per chi ha famiglia e figli».
La scelta di Adigeo non è stata casuale. Nel grande centro commerciale alle porte di Verona, infatti, sono presenti alcuni tra i marchi come Zara, Stradivarius, H&M, Interspar che applicano il contratto di Federdistribuzione. A dire la verità nel venerdì precedente le grandi festività natalizie, in nessun punto vendita c’è stata un’astensione del personale tale da metterne in pericolo l’apertura. Ma il messaggio lanciato dai lavoratori è che l’organizzazione del lavoro e soprattutto gli orari e i turni dei vari punti vendita stanno diventando insostenibili.«La richiesta che viene dall’azienda – ha chiarito Barbara Marchini, segretario provinciale Uiltucs, assieme ai delegati aziendali – è di mantenere il punto vendita sempre aperto. Ad esempio, nel negozio Coin di Verona, si lavora il 1° maggio, il giorno di Santo Stefano, durante le festività e ovviamente tutte le domeniche. Gli orari prevedono che si lavori la mattina, poi due ore e mezza di pausa, per tornare il pomeriggio, cosa che ovviamente impedisce di conciliare lavoro e vita privata se una persona ha famiglia e figli».
E questa è una parte rilevante del disagio, ma non tutta. Infatti, visto che le aziende associate a Federdistribuzione non applicano il contratto nazionale, i loro dipendenti non hanno percepito l’aumento di 85 euro che, invece, ha ottenuto chi lavora con il contratto di Confcommercio e si devono affidare a un fondo sanitario meno efficace. Ugualmente difficile la situazione denunciata nella grande distribuzione. «I delegati di Auchan – ha spiegato Zanoni – più volte hanno messo in luce un lavoro ad alto tasso di stress all’interno del punto vendita. Il caricamento degli scaffali inizia alle 5 di mattina e le attività dei dipendenti sono costantemente misurate, quasi cronometrate. Quindi, ad un lavoro già di per sé faticoso, si aggiunge uno stress dal punto di vista psicologico molto forte». Questo, al netto delle aperture domenicali e durante le festività. «Il prossimo Santo Stefano – hanno anticipato i delegati – siamo chiusi, ma l’azienda ha già minacciato di voler tenere aperto il supermercato, l’anno prossimo». (Samuele Nottegar)
CORRIERE DEL VENETO
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La Melegatti non è il miracolo di Natale, ma la tragedia dell’imprenditoria italiana

20.12.17                                                                                                                       thevision.com

A questo interessante disamina dell’incapacità mangeriale della società, và aggiunto che, a quanto sappiamo, i proventi della “campagna natalizia”, non sono serviti a pagare gli arretrati degli operai, ma, sembra, a ripagare il fondo maltese che ha finanziato la stessa campagna con 6 milioni di euro! Le risposte che abbiamo avuto dalla stessa pagina facebook “Salviamo il pandoro Melegatti”, amministrata dall’assistente alla direzione vendite della stessa Melegatti, sono infatti state infatti queste: la campagna serve a contribuire allo sforzo e i proventi andranno devoluti al fondo maltese e, per quanto riguarda gli stipendi arretrati dei lavoratori è in campo un’altra operazione…Non è dato sapere quale. La confusione è tanta, al punto che vi è stato anche un incredibile balletto, alla fine della campagna rispetto al ritorno delle maestranze in regime di cassa integrazione. Per finire, và segnalata l’estrema litigiosità dei soci dell’azienda, cosa che non và certo nella direzione di un rilancio della stessa, e, di conseguenza, e per noi cosa più importante, del mantenimento del posto di lavoro da parte dei lavoratori. Oggi non sappiamo se a Pasqua sarà ripetuta la stessa operazione, non sappiamo chi eventualmente ci metterà il denaro, e non sappiamo nemmeno se gli operai avranno il “privilegio” di conseguire l’intero stipendio durante la prossima campagna….Puntualizzazione doverosa perchè pare che, durante la campagna natalizia, gli stipendi non siano stati percepiti se non in minima parte! (Nota di Lavoratori e Lavoratrici in Lotta a Verona)

 

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Articolo di Matteo Lenardon

 

Il Natale italiano è in pericolo. No, non sto parlando della semiotica degli addobbi appesi nelle scuole medie d’Italia che ormai, per essere accettati, devono passare il test degli editorialisti del Corriere, ma di una cosa molto più grave. La Melegatti, da oltre un mese, è in serio pericolo di fallimento. Questo ottobre, per l’impossibilità di pagare i propri fornitori, l’azienda veneta chiude i propri stabilimenti. A novembre porta i libri in tribunale. I giornali lanciano l’allarme: questo Natale potrebbe essere l’ultimo che passeremo con le scatole blu sotto l’albero.
La notizia scatena un’immediata “gara di solidarietà” sui social: dobbiamo salvare la Melegatti e i suoi operai comprando più pandori possibili. Su Twitter scatta l’hashtag #NoiSiamoMelegatti, ripreso e amplificato poi anche da Facebook. Il post di Gian Paolo Poli, attivista M5S, a favore del salvataggio dell’azienda “riaperta dagli operai” (non è vero) tramite acquisto di massa di pandori viene condiviso in pochi giorni da oltre 90.000 persone.
Ma la campagna non ha colore politico. Perfino Civati, un uomo che solitamente dimostra il carisma del tuo compagno di liceo che nelle foto di classe si nascondeva dietro la prof, si fa fotografare abbracciato al blu Melegatti. La campagna è ufficialmente virale e trasversale. Capace di commuovere e catturare l’attenzione delle due categorie di influencer più rilevanti in Italia: tua madre che su WhatsApp ti manda gli auguri con le clipart glitterate di Word 97 e i social media manager dell’Huffington Post.
A dicembre vengono così venduti un milione e mezzo di pandori. “Il miracolo di Natale”, titola La Stampa. Stesso lancio per Il Giornale, Vanity Fair, Corriere, Il Fatto e Repubblica.
Il perché questa iniziativa sia partita è chiaro – i 70 operai che lavorano nell’azienda non meritano di ritrovarsi senza lavoro. Ma esattamente, che cosa abbiamo salvato?
Molti si sono appellati all’orgoglio nazionale per salvare un’azienda italiana. Il giornalista Antonello Caporale è arrivato a legare il destino dell’azienda veronese a quello della Pasta Rummo. C’è solo un piccolo problema, l’azienda beneventana è stata vittima di una fottuta alluvione che ha spazzato via quasi l’intera azienda il 14 ottobre del 2015.
Grano, macchinari, capannoni. Tutto è andato distrutto.
È ovviamente impossibile per qualsiasi azienda prepararsi a un evento catastrofico simile. L’acquisto in massa della Pasta Rummo è stato perciò un atto comprensibile e condivisibile.
La Melegatti è invece vittima di una catastrofe naturale, se possibile, ancora peggiore: la classe imprenditoriale italiana. La Melegatti non è in fin di vita per la “crisi”, per colpa di Renzi o per la “concorrenza estera” (quale concorrenza estera?), si sono suicidati tramite scelte di marketing e una gestione finanziaria ad oggi incomprensibile.
Nel 2015 pubblicano sulla loro pagina Facebook questa immagine.

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Sui social network gli utenti protestano contro l’omofobia brandizzata Melegatti fino a costringere l’azienda a ritirare l’immagine e a scrivere un post di scuse con cui si dissociano dal messaggio scaricando la responsabilità “su un’azienda esterna”. “Complimenti per la risposta Melegatti,” scrive Giorgio Serafini sotto il post, “è raro trovare qualcuno che ammette i suoi errori e si scusa”. Il commento è uno dei più popolari, peccato che Giorgio Serafini sia il Direttore Marketing di Melegatti. Il brand finisce in trending topic su Twitter e la notizia dell’immagine omofoba arriva su tutti i giornali. Ninja Marketing, uno dei siti di riferimento in Italia sulla comunicazione pubblicitaria, riassume così la figura fatta dall’azienda veronese, un “epic fail che si candida a rimanere tra quelli che si ricordano nei corsi e nei libri dedicati ai casi di studio del marketing.”
Questa uscita avviene subito dopo l’annuncio dell’imperdibile “pandoro Valerio Scanu Limited Edition”. Un pandoro che offriva a chiunque lo acquistasse la possibilità, dopo estrazione, di fare parte “dello staff di Scanu” per un giorno e di ammettere di non avere gusti musicali per quelli restanti della propria vita.
Si tratta dell’ennesimo flop divenuto virale capace di incrinare l’immagine di Melegatti. “Ci resta una sola domanda,” scrive il blog di cibo Dissapore, “dopo tanti anni di gloriosa produzione, Melegatti perché?” Scatti di Gusto è anche più duro. “Questo è il male assoluto, è il suicidio del pandoro che perde definitivamente la speranza di entrare nelle case degli italiani se non a fine marzo, quando anche i discount mettono in vendita 3 pezzi 5 euro.”
La collaborazione con l’ex concorrente di Amici non si ferma però nel 2015. Scanu rimane una costante nel marketing dell’azienda veneta. Ad aprile dell’anno scorso Melegatti pubblica una delle pubblicità più indecifrabili che abbia mai visto. Scanu appare tre volte in una cucina mentre interpreta, contemporaneamente, due sue diverse zie e se stesso. L’idea di partenza dovrebbe essere Peter Sellers nel Dr. Stranamore, ma il risultato finale ricorda più una puntata di Black Mirror che cerca di avvisarci dei pericoli distruttivi della società attuale, in questo caso, il rischio di usare Valerio Scanu per vendere pandori.
Perché insistere così tanto con Scanu? Dopo tutti i fallimenti e gli insulti della stampa specializzata? Ancora oggi la pagina Facebook di Melegatti sembra una fan page amatoriale dedicata al cantante sardo. Ci sono gli auguri per il compleanno, i video delle sue esibizioni televisive, spot realizzati appositamente per ricordare di guardarlo all’Isola dei Famosi e centinaia di foto random che lo ritraggono.
Questa collaborazione, che dura ormai dal 2014, non si svolge ovviamente a titolo gratuito. La Melegatti ha sponsorizzato per gli ultimi quattro anni perfino i tour estivi di Scanu. Sarebbe interessante, visto il non pagamento di mesi di stipendi ai lavoratori dell’azienda, capire invece quanti soldi sono stati versati all’unico testimonial della società.
Il perché di questa ossessione ininterrotta lo ricordano durante una protesta gli operai in cassaintegrazione: la presidente di Melegatti è una super fan dell’ex pupillo di Maria De Filippi.
I problemi di marketing e immagine del brand, seppur gravi e distruttivi, non illustrano appieno la situazione attuale. La colpa della crisi di liquidità va ricercata nell’acquisto, per quindici milioni di euro, di una nuova fabbrica che nelle idee della dirigenza sarebbe dovuta servire per la produzione di “35mila croissant all’ora”. Fabbrica inaugurata a febbraio del 2017 dalla presidente con — sorpresa — Valerio Scanu.
Produzione all’ora? Non pervenuta. Perché non è mai stata aperta.
Ma la situazione, se si va a scavare, risulta ancora più assurda. L’ex direttore commerciale di Melegatti, Gianluca Cazzulo, spiega ai microfoni di tgVerona il modo in cui risulta essere stata acquisita questa fabbrica inutilizzata. “Il nuovo stabilimento di San Martino Buon Albergo, che avrebbe dovuto essere pagato con finanziamenti a medio-lungo termine è stato invece pagato con la cassa dell’azienda”. L’intervista si conclude con la smorfia ironica di Cazzulo che aggiunge “È l’effetto leva che ti insegnano a non fare al primo anno di ragioneria”.
In pratica la Melegatti, secondo Cazzulo, avrebbe pagato in contanti quindici milioni di euro e per questo motivo si sono ritrovati alle porte del Natale senza liquidità per pagare i fornitori.
Ok, la Melegatti è l’azienda che tutti i freelancer vorrebbero avere come cliente, ma è l’azienda che merita di essere salvata dal social-assistenzialismo?
È comprensibile empatizzare con degli operai che si sarebbero trovati sotto Natale senza un’occupazione, ma con questa campagna stiamo premiando e facendo guadagnare gli ultimi soldi alla stessa gestione che ha piegato una società con una storia di 123 anni. Non stiamo certo dando un futuro alla manovalanza. ”Sulla vicenda Melegatti non bisogna gridare al miracolo di Natale,” afferma il sindacato che fin dall’inizio ha seguito questa vicenda e che non si fida delle promesse di una fine della crisi. “Secondo noi, chi in questi anni non è stato in grado di gestire un’azienda storica come Melegatti, deve cedere le quote e farsi da parte immediatamente”.
Il voto che ha più efficacia sulla realtà che ci circonda è il voto che esprimiamo attraverso il nostro portafoglio. E partecipando a questa campagna di acquisto di massa di pandori stiamo dicendo che nel 2017 il futuro che vogliamo dare all’imprenditoria italiana è la gestione Melegatti.
Forse è meglio se vi mangiate un panettone.
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L’azienda veronese Fedrigoni nata nel 1888 passa agli americani del Fondo Bain

23.12.17      VERONASERA

 

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L’azienda proprietaria del celebre marchio carta Fabriano è stata acquisita da un fondo statunitense dopo 130 anni di gloriosa produzione e un 2016 con numeri da record
Bain Capital Private Equity ha firmato un accordo per acquisire l’azienda scaligera Fedrigoni, a livello mondiale una delle maggiori industrie produttrici di carte speciali, nonché proprietaria del famoso marchio Fabriano.
Secondo le prime informazioni divulgate nelle scorse ore attraverso una nota ufficiale dell’azienda, la famiglia Fedrigoni continuerà comunque a mantenere una partecipazione di minoranza rispetto al capitale globale societario. Nel complesso l’operazione portata avanti dal fondo americano per l’acquisizione della storica ditta veronese (con circa 130 anni di storia alle spalle), si aggirerebbe attorno ai 650 milioni di euro.
La trattativa era stata anticipata ad ottobre dal Sole24Ore che ha confermato come il 2016 sia stato per Fedrigoni un’anno record, con un fatturato di oltre un miliardo di euro e un utile di circa 63 milioni di euro. Fondata nel lontano 1888, l’azienda scaligera può vantare sedi in Italia, Spagna e Brasile e una rete complessiva di quasi 3 mila dipendenti.
Questo è stato il commento all’operazione da parte del presidente della ditta Alessandro Fedrigoni: «In 130 anni di storia, la famiglia Fedrigoni ha supportato la crescita e lo sviluppo dell’omonima azienda, raggiungendo un posizionamento di leadership nel settore delle carte speciali e dei prodotti autoadesivi in Europa. Anche grazie alle recenti acquisizioni negli Stati Uniti e in Brasile, oggi Fedrigoni è un player internazionale che necessita di risorse ulteriori per supportare a livello globale le proprie ambizioni. In Bain Capital, abbiamo trovato l’investitore ideale per poter guidare Fedrigoni nelle prossime fasi di sviluppo globale».
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Trasporti. «Prorogare di sei mesi il contratto a Pasqualini»

19.12.17                                    arena

19.12.17                                           

 

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Dopo l’Ugl anche la Uil interviene sul caso della partecipata al 40% da Atv e rilancia. Sempre più vicino il licenziamento di 30 dipendenti. I servizi scadono il 31 dicembre. Perina: per evitare disagi subaffido fino al termine dell’anno scolastico
VERONA – Dopo l’allarme lanciato la settimana scorsa da Ugl Autoferrotranvieri, anche Uil Trasporti richiama l’attenzione sul sempre più probabile licenziamento di almeno 30 autisti da Autotrasporti Pasqualini srl, che rischiano di rimanere senza lavoro dall’1 gennaio. Ieri nella sede del sindacato, in via Giolfino, il segretario generale, Lucia Perina insieme a Mauro Formenti e Gianfranco Zanovelli, rappresentanti di categoria della sigla, hanno fatto il punto sulla gara d’appalto riguardante il cosiddetto Tpl, Trasporto pubblico locale, e sulla questione Pasqualini, sulla quale hanno chiesto un incontro al Prefetto, Salvatore Mulas. In entrambi i casi lo snodo è in una data: il 6 dicembre. Poche ore prima del Ponte dell’Immacolata il consiglio provinciale si riunisce per votare «gli indirizzi per l’affidamento mediante gara dei servizi di trasporto pubblico locale di linea su gomma». La delibera sancisce che la mobilità veronese sarà spacchettata e aggiudicata in due lotti: rete urbana e suburbana di Verona, comprendente il collegamento con l’aeroporto Catullo e rete extraurbana provinciale e urbana di Legnago. «Così 11 anni di lavoro per unificare i servizi, renderli omogenei e funzionali sono rottamati», commentano i sindacalisti. L’urgenza al momento riguarda Autoservizi Pasqualini, partecipata al 40% da Atv, azienda trasporti Verona, subaffidataria dal 2001, senza soluzione di continuità, di alcune tratte extraurbane. Sempre il 6 dicembre, infatti, Massimo Bettarello presidente dell’Atv, partecipata da Comune e Provincia, comunicava alla srl che i servizi in scadenza al 31 dicembre non sarebbero stati prorogati. «Da gennaio 30 famiglie rimangono senza reddito considerando tra l’altro che a causa della mancanza nel Tpl di cassa integrazione, la prospettiva unica è il licenziamento», spiega Formenti. «Anche gli utenti però probabilmente patiranno disservizi perché non esiste possibilità di sostituire questi addetti in breve tempo se non mettendo al volante dei mezzi meccanici, verificatori e controllori, che non potranno esercitare le mansioni attuali», aggiunge Zanovelli. «Dell’uscita della srl dal sistema di subaffido potrebbe avvantaggiarsi paradossalmente La Linea Spa, società non partecipata da Atv, che svolge per conto di quest’ultima spezzoni di servizio su tratte urbane», osservano da Uil. «A questo punto chiediamo che il subaffido a Pasqualini sia prorogato fino a concludere l’anno scolastico per evitare disagi a studenti, docenti e famiglie e che si apra un tavolo di trattativa finalizzato a ricollocare questi autisti», annuncia Perina. In vista ci sarebbe un concorso in Atv che potrebbe servire anche a ricollocare qualche autista dell’azienda privata. Questa settimana si conosceranno i numeri esatti degli esuberi. «Poi bisognerà trovare una soluzione. Diversamente non escludiamo di attuare forme di protesta», minacciano dal sindacato. (Va.Za.)
L’ARENA DI VERONA
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Mila Spicola: “Sull’alternanza scuola-lavoro gli studenti hanno ragione”

16.12.17                                                       Risultati immagini per tecnicadellascuola.it logo

 

 

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Sull’Huffington Post, Mila Spicola, docente ed esponente del Partito Democratico, scrive riguardo l’alternanza scuola-lavoro.
Ecco il suo intervento su questa importante innovazione didattica.
L’alternanza scuola-lavoro è una metodologia didattica per maturare competenze trasversali (così definita nel documento nella guida operativa per la scuola sull’alternanza scuola lavoro).
Ma che cos’è, a che serve, concretamente in che consiste? Mettetevi comodi, vi ruberò un po’ di tempo. Concedetemelo, parlerò di studenti e di questioni complesse. Un respiro e via.
Molti di voi avranno sentito parlare di competenze per il 21 secolo, di strategia per le competenze, di scuola delle competenze, di didattica delle competenze, di competenze professionali, etc..etc..etc.
L’Italia è inserita in una strategia delle competenze dagli anni 2000, il nostro paese ha recepito nel 2006 una direttiva europea sulle competenze di base da formare a scuola (la trovate qui) lungo tutto il percorso formativo, primario, secondario, terziario, e in ogni genere di percorso e su cui vige l’obbligo di certificazione. In Italia le competenze di base si chiamano “chiave e di cittadinanza”, così recepite nel 2007 attraverso un dm. Questa strategia implica un orizzonte epistemologico, pedagogico e didattico diverso e dunque una didattica diversa, ma, nonostante siano trascorsi dieci anni ancora arranchiamo a raggiungere una scuola che abbia adeguato didattica, metodologie e valutazione al mandato europeo e al decreto del 2007. Un altro dei meriti del dibattito sull’alternanza scuola lavoro è quello di aver riproposto alcuni nodi metodologici e didattici proprio al riguardo, poco affrontati nel ciclo delle scuole superiori. Questa la premessa, svolgimento.
La prendo un po’ larga e comprenderete il perché, se volete affrontare una questione dovete approfondirla e governarla, sennò è chiacchiera. Per comprendere meglio dobbiamo fare un approfondimento sul tema delle conoscenze e delle competenze. Chiedo la vostra pazienza.
Terminologia. Conoscenze o Competenze.
Distinguiamo conoscenze (saperi teorici) e competenze (la padronanza tale di una conoscenza da farne azione).
È errato dunque considerarle alternative tra loro: la conoscenza è precondizione della competenza. Negli ultimi 40 anni si sono succeduti dibattiti tra coloro che erano per una scuola esclusiva delle conoscenze(il cognitivismo: la scuola deve fornire solo saperi e poi sarà la singola persona a rielaborarli e farne proprietà e capacità personali) e quelli che hanno iniziato a parlare di competenze (le teorie del moderno socio costruttivismo, nella ricerca anglosassone sono le teorie sulle 3R o le 4C, sono gli studi e sperimentazioni sulla didattica e le metodologie più adatte per maturarle – si va dal linking learning dell’Australia, alla didattica per argomenti della Finlandia, alle riforme canadesi sulle metodologie del recupero, senza dimenticare che il nostro Metodo Montessori è stato l’antesignano di tante di queste evoluzioni teoriche e pratiche di metodologia e pedagogia). Quasi tutti gli indirizzi teorici attuali indicano nuovi obiettivi nei sistemi educativi che sono sempre più orientati verso la necessità di maturare, attraverso i saperi, le capacità per applicare quei saperi e, viceversa, maturar meglio i saperi attraverso modelli di didattica attiva “esperienziale”, “cooperativa” una didattica che coltiva “il fare per arrivare all’essere”; che poi tanto innovativa non sarebbe, visto che sono varianti aggiornate del metodo montessoriano.
Si sono affermate le seconde teorie, perché le metodologie cognitiviste hanno dimostrato e rivelano, a chi le utilizza in modo esclusivo ancora oggi, tutti i loro limiti: didattica tradizionale, lezioni frontali, programmi, tempi e spazi rigidi, valutazione sommativa non migliorano gli apprendimenti, anzi, provocano demotivazione intrinseca degli studenti, rigidità cognitiva, nozionismo, disagi dell’apprendimento dovuti a errori di valutazione, errori di programmazione, indicano deficit di relazione educativa che possono sfociare da un lato verso l’autoritarismo e dall’altra al lassimo.
Cosa significa? Significa che è necessario metter in campo una modalità nuova di insegnamento e di apprendimento che prevede l’esperienza, l’agire. E dunque puntare sulle le relazioni che conseguono alle azioni, sono precise metodologie didattiche che favoriscono non solo le competenze trasversali ma anche gli apprendimenti teorici. Prevedono la condivisione, la creazione, la produzione, uso consapevole delle didattiche digitali, comportano cambi di paradigmi epistemologici che riflettono maggiormente l’oggi, che meglio si adattano agli ambienti e ai linguaggi cognitivi odierni. Fondamentalmente sono metodologie che sviluppano le capacità trasversali della persona, ovvero appunto competenze, nello stesso istante in cui apprende. Faccio l’esempio con le due competenze base più note:
Una cosa è saper leggere (è una conoscenza, leggi delle cose, le impari), un’altra comprendere a fondo quello che leggi, rielaborarlo, saperne dire, farla tua per una finalità prefissata e concreta (è la competenza comprensione del testo). Una cosa è conoscere le tabelline o il teorema di Pitagora, una cosa è ragionare logicamente e matematicamente per risolvere un problema concreto con le tabelline o con il teorema di Pitagora. Nella didattica delle competenze si chiamano “compiti di realtà”, cioè esperienze reali con cui “esperire” il sapere. Senza la precondizione del sapere dunque non si pone in essere un compito di realtà (segnate in rosso).
Abbiamo diversi livelli di competenze:
  1. Le competenze di base (o di cittadinanza);
  2. Le competenze molli (soft skills);
  3. Le competenze dure (high/hard o professional skills);
In altri paesi possiamo trovare terminologie, livelli diversi ma la sostanza non cambia.
I due documenti, la direttive europea e la sua recezione italiana, recano terminologie diverse, per quel gusto tutto italiano della complicazione anche quando non è necessaria, ma indicano sostanzialmente cose simili.
Ogni paese sta applicando strategie pedagogico-didattiche nelle scuole per implementare le competenze attraverso didattiche delle competenze, con formazione specifica dei docenti, con metodo e consapevolezza (segnate in rosso). Le più citate sono quelle finlandesi (perché da anni risultano primi nelle rilevazioni internazionali Ocse Pisa nelle due competenze di base più note, comprensione del testo e ragionamento logico matematico). Ma c’è anche il Canada, anch’esso in cima alle rilevazioni, con la sua organizzazione scolastica che investe sul recupero degli ultimi. Oppure l’Australia col linking learning, anch’essa in cima, altro modo per indicare la didattica delle competenze o per competenze.
Per chi volesse capirne di più e approfondire la faccenda: cosa sono, come si formano, come si valutano le competenze di base, rimando a un compendio molto utile e chiaro che consiglio a tutti di leggere, non solo ai docenti, sennò ogni discussione diventa difficile a causa della babele lessicale in cui ci siamo infilati.
Il compendio è a opera di uno studioso italiano della materia, Mario Castoldi (di cui trovate in rete la sua ampia bibliografia sul tema), riguarda essenzialmente le competenze di base, ma sono considerazioni, metodologie e codici estendibili alle competenze in generale. Lo trovate qui, consiglio a tutti di leggerlo per bene, soprattutto i docenti, ci sono utili indicazioni didattiche, anche per le griglie di valutazione delle competenze, vero vulnus in questo momento di tutta la faccenda, presenta utili esempi, anche per comprendere cosa sono questi “compiti di realtà“. C’è anche tutto il lavoro sull’innovazione didattica e la valutazione delle competenze compiuto da Dianora Bardi e sulla loro valutazione con piattaforme digitali di condivisione tra docenti.
I diversi livelli di competenze — di base, molli (o soft skills), professionali (o high skills) – , sono declinati nei vari paesi, o dagli organismi internazionali, o nella ricerca educativa, in vario modo e in varie tabelle, tra cui quella dell’Ocse sulle competenze necessarie per il 21 secolo, è la più nota e diffusa.
La tabella presenta raccolte insieme sia le competenze di base, dalla 1 alla 6, sia le competenze molli, o soft skills, dalla 7 alla 16.
Leggendo una ad una queste competenze vi riconosciamo:
  • le competenze di base, che devono avere tutti i cittadini —  quali sono? Comprensione del testo, ragionamento logico matematico, ragionamento scientifico, competenze digitali, competenze economico/finanziarie, competenze relative all’identità culturale e alla cittadinanza attiva  — che hanno come mattoncini ineludibili i saperi (ripeto: ineludibili) perché le competenze possono essere definite come padronanza superiore di una conoscenza, tale da poterla applicare, e
  • le soft skills (le competenze molli), quelle elencate dal 7 al 16, che se ci riflettiamo senza pregiudizi, possiamo definire le qualità caratteriali necessarie per vivere in un mondo complesso. – Quali sono? Spirito critico, capacità di risolvere i problemi, creatività, capacità comunicative, spirito di collaborazione, curiosità, spirito d’iniziativa, tenacia, adattabilità, leadership, consapevolezza sociale e culturale – Di queste una già è stata oggetto di rilevazione: lo spirito di collaborazione. È una sorpresa se vi dico che i nostri quindicenni sono risultati tra gli ultimi? Eppure sono tutti comunichiamocollaboriamosocializziamo….
Un tempo, in un mondo stabile, certo, con confini limitati e fissi, i sistemi formativi potevano occuparsi meno di competenze di base o di soft skills, le competenze potevano maturarsi in autonomia lungo l’arco della vita, o non maturarsi: era un mondo semplice. Oggi non è più così: un mondo mutevole aggredito da flussi informativi abnormi fanno sì che i saperi siano precondizione, ma diventano ancora più importanti le capacità di “processare i saperi”. Non solo, le moderne scienze cognitive e neurali hanno verificato intuizioni di pedagoghi d’inizio ‘900 che indicavano nel fare e nell’agire una metodologia didattica positiva per migliorare anche gli apprendimenti teorici. Per cui coloro che sono preoccupati sulla possibile fine del sapere dovrebbero rassicurarsi, perchè in realtà è una messa in sicurezza: gli studenti studiano e imparano meglio attraverso una didattica per competenze, come confermano decine di indagini e le stesse comparazioni internazionali.
Sono concetti e metodologie acquisiti nella pratica quotidiana dell’insegnamento nel ciclo primario della scuola italiana, mentre devono ancora far parte del bagaglio dei docenti delle scuole secondarie superiori di primo e di secondo grado, nonostante le indicazioni nazionali dei curriculi si esprimano chiaramente in tal senso, e non è un caso: è una categoria di docenti, quella del ciclo secondario e terziario, che fino ad oggi non ha incontrato nei loro percorsi studi di pedagogia, didattica, psicologia cognitiva
Agli studi citati sopra, di Montessori o Dewey, si aggiungono le ricerche di Piaget, le riflessioni sulle intelligenze multiple, quelle sugli apprendimenti cooperativi, le scoperte delle neuroscienze, quelle dell’epigenetica e altri ancora che convergono tutte in un inquadramento e superamento del cognitivismo verso il costruttivismo e verso la consapevolezza degli influssi e interdipendenze tra apprendimenti e comportamento, ambiente, pensare e fare.
Tutti questi processi della ricerca educativa ha condotto a cambi di metodologie e a innovazioni didattiche, a sperimentazioni e modelli nuovi, presenti anche nel nostro sistema, in forma quasi carsica, che non hanno fatto sistema, sia per l’assenza di una formazione di sistema dei docenti sia per la scarsa circolazione delle esperienze, un altro dei punti deboli del nostro sistema, unito al buco nero della formazione in servizio fatta in modo individuale e discrezionale, prima che tornasse a essere un obbligo della funzione docente; più frequentemente si è trattato di nuove esperienze che ciascun docente ha modulato in base alle proprie personali domande su come raggiungere obiettivi didattici prefissati di apprendimento senza farne bagaglio comune.
Torniamo alle competenze. Oggi, in un mondo complicato quale quello in cui stiamo vivendo, la complessità, la flessibilità, il carico informativo, le incertezze e tutte le cose che diciamo e ci ripetiamo, obbligano ciascuno a maturare competenze chiave e competenze molli: sia per la vita, che per il lavoro. Sono cioè le precondizioni per la vita. E per il lavoro. Ma soprattutto per la vita e la comprensione del mondo. Non sono dunque “addestramento al lavoro” ma formazione vera e propria, inserita in obiettivi didattici nazionali ed extra nazionali.
Le high skills, le competenze professionali, sono altra cosa, nella tabella di sopra infatti non ci sono, perchè la tabella riguarda esclusivamente obiettivi formativi dei sistemi d’istruzione e le competenze professionali non rientrano nel sistema dell’istruzione, con l’eccezione dei percorsi tecnici professionali, che però devono comunque assolvere alla formazione di competenze di base e molli.
Anche sulle hight skills, sulla nostra capacità di formarle e aggiornarle in un quadro economico e produttivo diverso e bisognoso di competenze professionali aggiornate nei nuovi ambiti e sui ritardi nel rispondere ai bisogni del paese anche nel mondo della formazione professionale e universitaria, anche queste spesso orientate solo verso i saperi teorici, ci sarebbe tanto da dire ma rimaniamo sulle soft skills.
Una cosa voglio che sia chiara: soft skills e high/hard skills sono competenze diverse. Come altro ancora sono le abilità. Posso acquisire abilità senza necessariamente avere conoscenza, posso essere addestrato (uso il verbo non a caso) per acquisire un’abilità, non per maturare una competenza, e non posso acquisire competenza se non ho conoscenza. Lo preciso perchè spesso competenze e abilità vengono confuse nel dibattito a cui abbiamo assistito o partecipato in questi giorni (da tutti, soprattutto dalle aziende di accoglienza, ma anche dal mondo formativo, come da gran parte dell’opinione pubblica).
L’alternanza scuola lavoro
Il nostro sistema formativo ha avuto una debolezza che si è tramutata in ritardo: matura molto bene conoscenze (se poi lo faccia bene sempre è altro discorso), abbiamo iniziato a maturare da una decina di anni le competenze di base, nel ciclo primario, matura conoscenze e competenze professionali nel ciclo terziario (anche qui se lo faccia bene sempre è altro discorso), mentre abbiamo lasciato completamente scoperto e al di fuori dal mondo formativo l’area delle soft skills.
Ecco, sarebbe l’ora di occupare quell’area e in modo sensato e didatticamente inteso. Credo che quello sia il posto dell’alternanza scuola lavoro, se deve essere, com’è giusto che sia, una metodologia didattica e non un addestramento o un tirocinio professionale.
Se avete letto fino in fondo il documento di Castoldi, avete appreso che le competenze si maturano con precise strategie didattiche progettate e programmate, attraverso esperienze reali, compiti reali, non simulati.
E allora, possiamo definire l’alternanza scuola lavoro come un laboratorio di esperienze reali e non simulate per maturare le soft skills in modo programmato e consapevole da scuola e azienda? Sì.
Sono importantissime? Sì. Se ne deve occupare la scuola? Sì.
Devono saperlo e averne scienza e coscienza le strutture che accolgono? Sì.
È stata raccontata in questo modo? Mi pare di capire che no, mancano dei pezzi.
È stata applicata in questo modo? Alcune volte sì, troppe volte no.
L’alternanza può essere considerata un tirocinio, uno stage, un apprendistato? No, perché è una metodologia didattica per formare soft skills e non hard skills.
Si possono sovrapporre alternanza e apprendistato? Non saprei, bisognerebbe sperimentare, soprattutto nei percorsi tecnico-professionali, ma sicuramente non assimilare.
È solo perchè “le scuole non lo sanno fare e le aziende nemmeno” che si sono verificati dei casi negativi? No. E quando lo hanno fatto bene, siamo sicuri che abbiano consapevolmente progettato, programmato, maturato e valutato soft skills? O se ne sono uscite genericamente con un “ottima esperienza, il ragazzo ha svolto bene i suoi compiti ed è molto soddisfatto perchè ha fatto cose fighissime”?
Se andiamo a leggere il documento prodotto dal Ministero e inviato alle scuole, tra le finalità dell’alternanza compare un “maturare le competenze trasversali”; a mio parere è troppo generico. Le competenze sono tutte trasversali, anche leggere e scrivere. Non basta. In base a tutto quello specificato sopra, comprenderete che ai docenti e alle scuole, come anche alle aziende di accoglienza, serve avere un supplemento di informazione, di formazione, di conoscenza in più. Tutor nella struttura in accoglienza, docenti del consiglio di classe e tutor della scuola avrebbero bisogno di approfondimenti teorici e didattici e docimologici su quali competenze e come e perché. E non voglio entrare nella complessità organizzativa.
È tra le cose che chiedono gli studenti. Una consapevolezza didattica e un progetto formativo chiaramente e specificatamente mirato sia nella progettazione, che nello svolgimento, che nella valutazione. Integrato alla didattica della classe (che non vuol dire necessariamente affine al percorso di studi). E io con loro.
Si tratta di un’innovazione profonda che avrebbe bisogno di un coinvolgimento diverso della classe docente, un coinvolgimento di senso e che avrebbe forse necessitato di una sperimentazione. Informare e dimostrare, o meglio, farlo dimostrare al docente, che una certa metodologia didattica, e l’alternanza lo è, funziona meglio di un’altra, e chiarire l’obiettivo didattico in modo approfondito. È questo ciò che rende più significativo il lavoro del docente, ma rende anche più efficace il raggiungimento dell’obiettivo, una volta che anche questo si è chiarito bene.
L’alternanza dunque deve essere spiegata e svolta, secondo me, come un progetto programmato dai docenti (ai quali si spieghi che è questo) e da una struttura di accoglienza (alla quale si spieghi che è questo) che abbia un obiettivo didattico chiaro: formare e sperimentare le soft skills, non altre.
Non basta la carta dei diritti degli studenti in alternanza e nemmeno l’indicazione generica.
Serve un decreto di definizione e individuazione delle soft skills che il percorso di alternanza deve progettare, osservare e valutare. Serve una formazione specifica.
In questo modo i docenti lo comprendono, ma anche gli studenti.
Va preso l’elenco delle soft skills, indicandole col ditino una a una (senso critico, creatività, leadership, intraprendenza, etc..etc..quelle),va costituito comitato scientifico, facendo lavorare insieme ricerca educativa, scuole e imprese per definirle meglio, per stabilire un curriculo e dei livelli. E si deve specificare per una buona volta che l’obiettivo sono quelle lì, non delle “competenze trasversali” genericamente intese. Ma quelle lì.
Dunque, è solo in questo senso che l’alternanza non è un lavoro, non è apprendistato, non è stage, perché non è finalizzato a formare professional skills ma soft skills. Se non lo si precisa diventa tutto ciò che gli studenti lamentano.
Non deve essere pagato e non prevede sfruttamento perché è attività didattica. Che va valutata, scusate se lo ripeto, se avete dato un’occhiata al documento di Castoldi, vedrete quanta parte ha la valutazione delle competenze, nella definizione poi delle metodologie. E invece me la voglio vedere tutta cosa uscirà dai primi documenti di valutazione su cosa, sapi iddu.
L’eventuale attività svolta —  il lavoro  — è il mezzo e non il fine di un progetto didattico stabilito a monte.
Esempio: se l’obiettivo didattico è implementare lo spirito di collaborazione, l’adattabilità e la capacità di risolvere dei problemi reali   di un liceale molto bravo ma rigido, bloccato e con problemi di socialità, cambia poco se il mezzo sia andare a far parte di un gruppo di ragazzi che devono cucinare in una mensa, giusto? C’entra poco l’affinità col percorso di studio. Il fine è imparare a cucinare? Può darsi che imparerà anche quello, ma il fine non è l’abilità dell’attività che si va a fare, il fine è un altro e la valutazione sarà su quell’altro fine.
Quello studente può anche organizzare visite guidate per studenti delle elementari e gestire tutta l’attività, ma il fine non è la conoscenza approfondita del sito che andrà a far visitare perché lui è bravo in storia dell’arte, no, bensì il governare una situazione in cui deve rapportarsi con altri, averne responsabilità e gestirla in modo flessibile. Quello studente, ancora, potrà persino andare a pulire stalle nei campi di lavoro di Libera, se il suo progetto è la gestione di un’azienda agricola per stimolare la leadership, piuttosto che l’autonomia, piuttosto che il collaborative problem solving. E Virgilio non se ne dorrà, sub tegmine fagi.
Nello stesso tempo non vedo perché una studentessa dell’Istituto Tecnico Industriale non debba poter sviluppare le sue soft skills al Maxxi. Flessibilità, intraprendenza, spirito di adattamento.
Dunque l’ambito o l’attività, sono il mezzo. Il fine è maturare la competenza che i docenti (i docenti, il consiglio di classe e l’impresa di accoglienza) avranno programmato consapevolmente insieme.
FAQ
  1. Si può parlare di sfruttamento? Se l’alternanza la si intende così no, perché non è un lavoro, non è un apprendistato, non è uno stage, è un progetto didattico, una metodologia didattica integrata, come lo è una visita guidata. Ma lo devono avere chiaro tutti, studenti, docenti e aziende che accolgono. Sennò è tempo perso.
  2. Serve utilizzare e definire l’alternanza scuola lavoro come laboratorio di soft skills? Sì, perché sono precondizioni per la vita e per le competenze professionali che sennò non si ritroveranno. Non sono strumenti di abilità per un lavoro, a breve termine, ma di agibilità al lavoro, sulla persona, a lungo termine, che rimarranno tali in un mondo economico, professionale, industriale che muterà sempre più velocemente.
  3. Il Miur ha compreso che la via per far funzionare questa cosa è un enorme supplemento di senso pedagogico e di formazione e sperimentazione di tutti gli attori in campo? Non lo so. Perché anche buona parte degli “uffici ministeriali” sono ancora legati solo a una scuola dei saperi astratti e non sa di cosa parliamo. Continuano a parlare in forma più che superficiale di “nuove competenze”. Se va bene. Se va male invece tutta la faccenda viene liquidata o ad altre agenzie, del lavoro, ma se è metodologia didattica? Osservata dal Miur nel suo aspetto organizzativo e burocratico, che è pure importante, ma che al Miur prevalga la burocrazia sulla pedagogia è una delle grandi questioni della nostra scuola.
  4. I docenti le sanno queste cose? Alcuni sì e alcuni no, molti si sono confusi ancor di più coi documenti del Miur.
  5. I docenti delle scuole superiori, specie dei licei, hanno motivo di ritrovarsi presi dai turchi specialmente se i documenti del Miur sono assai generici, parlano genericamente di competenze trasversali e la maggior parte dei docenti non ha compreso quali epperò le dovrebbero valutare? Sì.
I più, dentro e fuori le scuole, confondono soft skills, abilità e competenze professionali (del resto le confondono anche al Miur…).
Scusate se mi ripeto molte volte, perché sono equivoci ricorrenti. Anche quando le esperienze sono molto positive.
Perché se viene considerata un’esperienza di lavoro e non un’esperienza didattica la domanda diventa “Che gli faccio fare a ‘sto ragazzo?” . Non : “Deve raggiungere queste due soft skills, imparare le lingue e maturare doti di leadership, la cosa che gli faccio fare serve a questo“.
Anche fare il coordinatore di una squadra di friggitori in un McDonald è utile in quel caso. Ma se non hanno chiaro l’obiettivo didattico è ovvio che si affannano tutti a cercare, a trovare cose che possano essere affini per percorso scolastico e a ritenere che “Funziona per gli istituti professionali e non per i licei”.
Verso l’automazione
Aggiungo una cosa: le macchine potranno col tempo svolgere e avere high skills, se già non lo fanno, ma le soft skills sono quelle che attengono solo all’uomo, alla sua identità, nessuna macchina può sostituirle. È importante conoscerle e capire come formarle? Sì. È importante che lo facciano e sappiano fare le scuole perché di formazione di qualità importanti per la persona si tratta e la Scuola questo fa? Sì. È importante non confondere le cose e i livelli e affrontare con maggiore approfondimento le premesse che portano all’alternanza? Sì. È importante chiarire a chi parla di “queste sono strategie che portano dritto all’automazione” che è esattamente l’opposto, esattamente l’opposto? Sì.
Riassumendo:
Poiché le sperimentazioni  —  e l’alternanza per adesso lo è  —  si conducono in orizzontale con chi deve portarle avanti, in modo che costoro applichino operativamente, adeguino, migliorino, raddrizzino, si interroghino e dunque portino avanti le riforme perchè si ritrovano in esse facendole proprie, potremmo riformulare dei documenti di obiettivi diretti ai docenti, proporre laboratori formativi e con-formativi con le scuole sulle competenze e proponendo intanto una progressione chiara e semplice per livelli di competenze da raggiungere e attraverso quali mezzi:
1 livello: ciclo primario (da zero anni alle medie) ovvero saperi e competenze di base che poi implementi per tutta la vita / mezzo: didattica delle competenze;
2 livello: ciclo secondario (scuole superiori) ovvero saperi e competenze trasversali «morbide» (soft skills)/ mezzo: alternanza scuola lavoro;
3 livello: ciclo terziario (its e università) ovvero saperi e competenze professionali «dure» (high skills) mezzo: stage/tirocinio e apprendistato di alto livello.
Ciascun gradino è precondizione per l’altro.
Le conoscenze che partita giocano?
Sono i mattoni ineludibili, guai a non comprenderlo. Senza saperi non ci sono competenze. E in questo entra in campo il nostro paese. Noi dobbiamo mantenere e tenere la barra dritta sul grado di approfondimento dei nostri saperi, del nostro bagaglio cognitivo, è la nostra specificità, la nostra marcia in più (non solo per i liceali), ma dobbiamo coltivare questa specificità insieme alle competenze e attraverso una didattica delle competenze. Tra l’altro una didattica costruita sulla relazione educativa, e dunque sull’agire, se fatta bene e consapevolmente, risolve molte delle “domande” del docente, migliora le relazioni e influisce positivamente sugli apprendimenti, non solo, reca con sé tutta la questione innovazione didattica, digitale, e financo quella relazionale, che, voglio dire, da sottovalutare non è.
Però.
C’è un però, tutto questo si matura dal basso, dalla domanda del singolo docente: a che serve questa didattica? Quale l’obiettivo? Quale metodologia? Proviamola. Sennò finisce per essere un altro esempio di un dirigismo non condiviso perché non preceduto da una adeguata condivisione e formazione.
Le politiche attive per il lavoro e per la vita, che per chi scrive sono la stessa cosa, ce le giochiamo con queste cose. Dobbiamo lavorare in chiarezza e sinergia e, per lavorare in sinergia, tutti gli attori e gli ambiti di questa partita devono parlare una lingua comune, con una strategia condivisa, senza confondere lessico e dunque sostanza, livelli, mezzi e fini.
Quando mi intrappolo in discussioni infinite sul valore dell’alternanza scuola lavoro, mi verrebbe da ricordarlo, questo “sentimento sufficiente di una propria indiscussa superiorità” propugnato da alcuni del lavorio intellettuale rispetto a quello manuale. Come se le due cose potessero viaggiare separate in una persona autenticamente di sinistra. O in una persona autenticamente progressista. Perché, nel rifiuto dell’alternanza scuola lavoro, spesso riconosco più che un rifiuto dello sfruttamento del lavoro, un rifiuto gentiliano del lavoro manuale stesso, del fare (la frase siamo studenti non operai, qualunque cosa voglia intendere, suona male, malissimo, l’elitarismo non è manco dietro l’angolo) ma, soprattutto della cultura ad esso connessa, lontanissima dalle culture autenticamente di sinistra.
Sempre Gramsci scrive nei Quaderni: “La scuola unica, intellettuale e manuale, ha anche questo vantaggio che pone contemporaneamente il bambino con la storia umana e con la storia delle “cose” sotto il controllo del maestro“.
Credo che ci sia tanta roba da recuperare e pensar meglio, non solo come fare l’alternanza, ma come ripensare il pensiero sul lavoro e la didattica del pensiero sul lavoro. Va fatto a scuola questo ripensamento? Anche.
Intellettuale e manuale, sono studente e sono operaio, perchè entrambe le condizioni, se didatticamente indirizzate, formano e performano una Repubblica fondata sul lavoro.
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